Un altro maremoto, tre mesi dopo. Stessa zona, intensità simile, e poi di nuovo in un giorno festivo: allora santo Stefano, ora Pasquetta. Tre mesi fa le festività avevano ‟aiutato”, per così dire: l'apocalisse dell'oceano Indiano era diventata la grande storia di fine anno. I media di tutto il mondo mobilitarono i corrispondenti, spedirono troupes e intasarono i satelliti di comunicazione per raccontare il dramma che si svolgeva davanti alle telecamere: cadaveri restituiti dal mare, popolazioni in fuga, bambini terrorizzati. Lo tsunami colpì l'immaginazione mondiale, fu descritto come ‟la prima catastrofe globale”: suonava bene, anche se non significava nulla, tutte le catastrofi naturali (e non) tendono ad avere effetti globali. Per una settimana o due rivelò al mondo ‟ricco” un aspetto meno esotico di quei mari del sud. La narrazione di fine anno spaziava dai resort turistici ai villaggi di pescatori, si soffermava sugli eserciti di soccorritori e sulle portaerei ‟umanitarie”, offriva perfino scorci sulle crisi dimenticate di quelle regioni - le Tigri di Sri Lanka, i guerriglieri di Aceh. Poi i riflettori si sono spenti, d'improvviso come si erano accesi. L'attenzione dei media mondiali ha un andamento molto simile all'onda di tsunami: violento e breve.
Tre mesi dopo, il maremoto ha riportato i media mondiali allo stato di massima allerta. Per qualche ora sono tornate le dirette tv. Da un continente all'altro sono rimbalzate le immagini arrivate da Nias, isoletta finora sconosciuta al largo di Sumatra, Indonesia, e poi da Sri Lanka e da tutte le terre affacciate sull'oceano Indiano. Le testimonianze concitate, i pareri degli esperti: ‟La grande paura”, parte seconda.
Quanto durerà: un giorno, due, forse tre? La temuta (attesa?) apocalisse non si è ripetuta ed è facile prevedere che anche il sisma mediatico finirà presto in piccole scosse d'assestamento. Peccato: se continuassimo a guardare quelle regioni disastrate vedremmo un concentrato di tutto ciò che agita il mondo oggi: le competizioni geopolitiche, i conflitti economici, l'uso strumentale dei fondamentalismi.
Tre mesi fa a Sri Lanka e soprattutto a Aceh (Indonesia) i soccorsi arrivavano con le navi da guerra: India, Stati uniti, Giappone, in corsa per occupare posizioni e ridefinire zone d'influenza. Per gli Stati uniti fu una ‟meravigliosa occasione”, come disse la neo segretaria di stato Usa Condoleezza Rice, per rifarsi un look umanitario. Conflitti economici: dall'Indonesia alla Thailandia alle coste dell'India, i piani di ricostruzione sono spesso occasione per speculazioni immobiliari, appropriazioni di terre edificabili, concessioni a grandi ditte peschiere a scapito della piccola pesca artigianale. E poi: prima dell'apocalisse di fine anno la provincia di Aceh, a Sumatra, viveva in stato d'emergenza sotto il tallone dell'esercito indonesiano. Appena l'attenzione mondiale si è distratta il governo e soprattutto l'esercito hanno cominciato a limitare la presenza di soccorritori internazionali, mentre piccoli ma ben protetti gruppi di estremisti islamici creano un clima di attacco alle organizzazioni umanitarie locali: l'uso politico dell'estremismo religioso non è uno dei fenomeni più diffusi di questo nostro mondo? Intanto con i piani di risistemazione degli sfollati scoppiano conflitti per la terra che rischiano di esasperare vecchie rivendicazioni separatiste.
Ma tutto questo scivolerà presto nel silenzio, ed è improbabile che il nome di Nias resista più di qualche giorno nella hit parade dei notiziari mondiali.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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