Negli ultimi 50 anni, gli esseri umani hanno modificato gli ecosistemi naturali più che in qualunque altro periodo della nostra storia, al punto che questi ecosistemi presto non riusciranno più a fornire ciò che permette la nostra vita sul pianeta: cibo, acqua, aria respirabile, legno, combustibile e così via. In altre parole, ‟la capacità degli ecosistemi di sostenere le future generazioni non può più essere presa per certa”. Questo sostiene - e argomenta, con dati e analisi approfondite - il rapporto diffuso ieri dalle Nazioni unite. Un ‟mega” rapporto: il Millennium Ecosystem Assessment è il risultato di cinque anni di lavoro a 1.360 esperti di tutto il mondo, con la partecipazione di Nazioni unite, Banca Mondiale, Iucn, con presentazioni nelle maggiori capitali del pianeta (a Roma è stato presentato in congiunto dalla Fao e dal Wwf), il board di scienziati che ha coordinato questo lavoro ha illustrato le sue conclusioni, riassunte in un titolo: stiamo ‟vivendo al di sopra dei nostri mezzi”.
La novità di questo rapporto non sta tanto nelle analisi e nei dati - anche se non era mai stato messo insieme un compendio così ampio delle conoscenze disponibili sullo stato del pianeta e il declino degli ecosistemi. Sta piuttosto nella sua prospettiva, e nella sua ambizione politica. La prospettiva: definisce e misura gli ecosistemi in termini di ‟servizi” che forniscono agli umani, ovvero i benefici tratti dalla natura: cibo, acqua, legno, fibre, carburante, e anche la capacità di foreste e mari di regolare il clima, la capacità delle coste di proteggere dall'erosione di onde e cicloni - fino a benefici ‟culturali”, estetici, ricreativi. L'idea è che ‟gli umani sono al centro degli ecosistemi globali, ne dipendono”, e con ‟le loro azioni ne modificano il funzionamento”, spiegava ieri Prabhu Pingali, direttore della Divisione agricoltura e sviluppo presso la Fao a Roma. Gianfranco Bologna, direttore scientifico e culturale del Wwf Italia, l'ha messa in altri termini: la salute degli ecosistemi naturali e quella degli ecosistemi umani (che ne dipendono) sono interdipendenti.
Il rapporto delle Nazioni unite riconosce che la vita del genere umano è migliorata negli ultimi 50 anni: i terreni coltivati producono più cibo, ad esempio. L'umanità ha potuto trarre dagli ecosistemi di che sfamare e rispondere alle necessità di una popolazione raddoppiata dal dopoguerra. Così però foreste, terreni, fonti d'acqua, mari eccetera sono supersfruttati, esauriti: e la loro capacità di fornire servizi sotto forma di beni o di regolazione del clima declina.
Dunque l'intervento umano sugli ecosistemi negli ultimi 50 anni ha provocato una ‟stanziale e in gran parte irreversibile perdita di biodiversità”. La vita sul pianeta ‟è diventata più uniforme”: dal 1945 a oggi più terre sono state convertite all'uso agricolo (distruggendo foreste o altro) che nei due secoli precedenti; il 20 percento delle barriere coralline del pianeta è perso e un altro 20% è danneggiato, il 35% dei boschi di mangrovie (gli alberi che proteggono le coste degli oceani) è andato. Dagli anni `60 è raddoppiata la quantità d'acqua dolce che estraiamo da fiumi e laghi, tanto che ormai l'acqua è una risorsa che accende conflitti.
Seconda constatazione: il degrado degli ecosistemi ha esacerbato le ineguaglianze tra i gruppi umani, la povertà. Prabhu Pingali fa l'esempio delle regioni aride del pianeta, che coprono il 41 percento delle terre emerse e sui cui sopravvivono circa 2 miliardi di persone, ‟i più poveri tra i poveri” e i più esposti al degrado ambientale - ad esempio la maggiore imprevedibilità delle piogge, in zone come il Sahel dove dalle piogge dipende la vita stessa.
Terza constatazione: il degrado degli ecosistemi può ancora peggiorare e in modo considerevole nella prima metà di questo secolo, cioè un orizzonte molto vicino. Si tratta di fermare certi trend: la conversione di terre all'agricoltura, il supersfruttamento di risorse naturali come la pesca, l'invasione di specie aliene negli ecosistemi, la continua emissione di reflui inquinanti. Le emissioni di gas di serra, ad esempio: il Millennium Assessment sostiene che ‟entro la fine del secolo, il cambiamento del clima sarà la causa principale di perdita di biovidersità e cambiamenti negli ecosistemi su scala globale”. E il declino nella capacità degli ecosistemi di fornire ‟servizi” sarà il principale ostacolo a realizzare gli obiettivi di sviluppo che si è data l'assemblea dell'Onu nel 2000 (noti come ‟Obiettivi di sviluppo del millennio”, misurati entro il 2015) - cose come la sconfitta della fame e della povertà, l'accesso alla salute e all'istruzione...
Il Millennium Assessment afferma che non è troppo tardi per fermare i processi di degrado degli ecosistemi e in certi casi invertire la tendenza: ma per questo sono urgenti ‟grandi cambiamenti in termini di politiche, istituzioni, e pratiche”, e al momento questo non avviene. Eppure le conoscenze per farlo ci sono - il rapporto parla di tecnologie e scienza e anche di saperi tradizionali e comunità locali. Gianfranco Bologna parla di ecoregioni (è un progetto del Wwf) e spiega che ‟conservare non significa mettere sotto una teca ma mantenere la vitalità degli ecosistemi, di cui gli umani sono parte integrante: non creare aree protette ma gestire il territorio in modo compatibile”.
In questo senso il Millennium Ecosystem Assessment fa il paio con i rapporti del Ipcc, il Panel intergovernativo sul cambiamento del clima: ha l'ambizione di”indicare la strada” ai governi, e infatti conclude con una serie di raccomandazioni. La comunità scientifica ‟ha cercato di descrivere la situazione in modo rigoroso”, diceva ieri Riccardo Valentini, dell'Università della Tuscia e membro del Board del Millennium Assessment: ‟Poi c'è la responsabilità della politica”. E' necessario ‟portare la salvaguardia degli ecosistemi nelle decisioni politiche ed economiche a tutti i livelli”, dice: ‟Il vero problema è se la politica valuterà che valga la pena di correre il rischio”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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