L’agonia dolente ed estenuata di Giovanni Paolo II ha celebrato la decadenza del corpo con solennità pari alla determinazione con cui la sua esistenza precedente aveva onorato la forza vitale dell'uomo.
È una novità dirompente, che ha tuttavia radici antiche. Nella storia e nella tradizione, nelle immagini e nelle parole del cristianesimo, il corpo - contrariamente a quanto si crede - ha avuto un ruolo centrale. Fin dall'origine dell'Avvenimento: ‟E il verbo si fece carne”. Carne. Ovvero fisicità, materia, organismo: fatto di sangue e nervi, muscoli e arterie. E, dunque, anche di dolore e sofferenza, di malattie e patologie, di debolezza e declino, di degrado e morte. Dal Vecchio e dal Nuovo testamento e dalla grande arte protocristiana e medievale, questa densa fisicità dell'esperienza religiosa emerge con forza inequivocabile e con drammatica plasticità. Sarà, piuttosto, la cultura della controriforma e il lungo processo di secolarizzazione e di mondanizzazione (ovvero di adattamento al ‟mondo”), successivamente intrapreso, a ‟mortificare” il corpo, fin quasi a espungerlo dallo spazio religioso. Quello spazio diventerà progressivamente la dimensione dello spirito; e questo processo di inibizione del corpo avrà conseguenze importanti: porterà alla colpevolizzazione della carne e, di conseguenza, al ruolo abnorme assegnato alla morale sessuale dal magistero e dalla pastorale della Chiesa. E contribuirà alla realizzazione di quel processo, proprio delle società occidentali, che porterà all'interdizione della sofferenza e al tabù della morte. Nelle società industriali sviluppate, la morte viene progressivamente esclusa dalle relazioni sociali e dai riti collettivi (religiosi e laici): e, per giungere a questo, preliminarmente è necessario allontanare l'esperienza della malattia dalla scena pubblica e, ancor prima, dai rapporti di comunità. E dal momento che la malattia c'è - tenacemente e atrocemente c'è - e non può essere bandita, la si occulta, la si anestetizza e la si esorcizza. Il corpo malato viene medicalizzato, travestito e immunizzato (come se il morbo non lasciasse segni visibili e tracce irreparabili): e così, infine, può essere ostentato. Questo processo sembra prevedere due sole deroghe. Per due sole categorie non è richiesto l'occultamento della malattia: i poveri, che portano in giro e ‟mostrano” il loro dolore e la loro demenza, le loro mutilazioni e la loro degradazione fisica; e i malati che attendono il miracolo, che potrà sanare il loro corpo o consolare la loro anima. Al santuario di Lourdes o a quello di padre Pio, l'organismo martoriato può essere ‟visto” perchè, lì, si attende il suo ‟riscatto”: lì si può sperare che la salute - ‟come per miracolo”, appunto - possa tornare. Rispetto a questo scenario, Giovanni Paolo II ha svolto, in questi ultimi dieci anni, un ruolo sovversivo. Ha mostrato al mondo il dolore. E ha mostrato il declino fisico, l'infermità e l'invalidamento, l'indebolirsi e il decadere. Mai era avvenuto. Mai in termini tanto drammatici. Mai in una dimensione così pubblico-universale. Credo che questo - più di qualunque altra sua risorsa o virtù - abbia creato quella straordinaria empatia tra il papa e il mondo: e tra il papa e i deboli. Ai deboli dell'umanità, infatti, mai un leader si era rivolto da una posizione di debolezza: bensì - sempre - da una condizione di forza. Le autorità spirituali o i capi rivoluzionari che parlano agli oppressi, lo fanno - e possono farlo - perchè occupano un ruolo di potere: e quel ruolo prevede vigorìa e potenza, buona salute e voce ferma. Il papa ha parlato, nell'ultimo decennio, mentre si faceva via via più curvo, tremolante e malfermo. Mentre cedeva e cadeva, mentre esitava e taceva.
Ha, in qualche modo, riscattato il ‟dolore del mondo”: quello occultato perchè, appunto, sgradevole a vedersi, a sentirsi, a toccarsi, a odorarsi. E, col dolore, ha - in qualche modo - riscattato chi lo pativa: le vittime anonime e cancellate, recluse e dimenticate, censurate e rimosse. I sofferenti di tutte le sofferenze: quelle fisiche e quelle mentali, quelle sociali e quelle psicologiche.
Il corpo del papa è stato cosi sottoposto a un processo di ‟desacralizzazione” (come ha spiegato Federico Boni in un libro assai bello, ‟Il corpo mediale del leader”), ma ne è risultato - oltre che profondamente umanizzato - arricchito di una nuova e più radicale sacralità: quella che ha consentito la condivisione di un destino universale di dolore. E questo dà a quei concetti - così importanti per il cattolicesimo - di ‟corpo mistico” e di ‟corpo della Chiesa” un senso più vivo e più profondamente terreno. Il ‟sacro” diventa ciò che custodisce quanto di più prezioso è nell'umano: la sua unicità e irripetibilità. Che é di Giovanni Paolo II e dell' ‟ultimo degli uomini”.
Poi, certo, c'è qualche riflessione ulteriore da fare sui limiti e sui rischi di questa umanizzazione-sacralizzazione del dolore. Ha indubbiamente ragione Alberto Melloni che, intervistato dall'Unità, afferma che il papa ‟non merita di essere esibito”: e si riferisce a quella drammatica apparizione della domenica di Pasqua, ‟quando sembrava che la celebrazione fosse semplicemente l'aperitivo all'ostentazione del corpo del papa”. È quanto sembra accadere proprio in queste ore, quando i bollettini medici e le informazioni fatte filtrare sembrano voler enfatizzare una immagine edulcorata e artificiale, dove quel dolore si muta irresistibilmente in dolcezza e quella sofferenza si trasfigura in serenità. E dove tutte le parole e i segni, provenienti dal Vaticano, sembrano voler comunicare una quiete raggiunta e una pacificazione delle membra e dello spirito, che il quadro clinico conosciuto dovrebbe, invece, negare. È una rappresentazione, questa, che sembra contraddire ciò che Giovanni Paolo II ha detto finora attraverso la sua sofferenza. Evidentemente, per la curia è intollerabile immaginare che, davanti alla morte, anche un papa - oltre che prepararsi a una nuova vita - possa avere una umanissima paura.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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