È strano: da sempre questa rubrica indica in una tensione verso i temi ordinari della ‟vita” le priorità del linguaggio. Ed ecco che da qualche tempo domina sui giornali un dibattito su questo tema. Dalle frontiere dell’umano al discrimine tra la vita e la morte, i commentatori incalzano i legislatori su questioni - spero - indecidibili, che devono restare aperte, a costo di assumersi la responsabilità di salvaguardarne l’ambiguità. Nessuna cesura concettuale può oggi definire i confini della vita, vale a dire il suo senso.
È morto il Papa, e non si può dire che sia stato accompagnato dal silenzio e dal riserbo. E tuttavia non mi stancherei mai di ricordare che grazie alla sua visibile sofferenza, alla sua malattia, l’immagine di un uomo anziano e sofferente ha potuto essere vista in quella finestra, spesso unica, sul mondo, che è oggi la televisione. In un mondo in cui ha visibilità solo ciò che è sano, giovane e bello, lo scandalo della sofferenza del corpo, quintessenza del Cristianesimo nel suo sovrapporre il sublime all’umile, ha ‟bucato” il video senza ostentare nulla, soltanto apparendo. A immagine di un Dio non per forza onnipotente.
Ben altro disagio di recente ci hanno dato le immagini e le parole - frutto di una società dello spettacolo che sta raschiando il barile della Storia, anche quella più recente - sulla presenza di omicidi fascisti, condannati per strage, ad una scadenza elettorale. In questo Paese qualunque notorietà fa accedere al limbo del gossip e della photogallery. Come il dialogo tra un’ex brigatista e un ex Presidente della Repubblica, che incuranti di noi si davano figurati buffetti sulle spalle rivendicando l’un l’altra una maggior colpevolezza, come attori che dopo il teatro, dismesso l’abito di scena, commentassero lo spettacolo da poco interpretato: ‟eri più bravo tu”. Ma quello spettacolo eravamo noi, la Storia di questo Paese, il cui problema non è, non è mai stato, il giustizialismo, ma la deliberata confusione tra una responsabilità giuridica e una responsabilità morale, eluse secondo la convenienza.
In fondo, tutti questi argomenti sono biopolitica: parlare della vita, delle vite. Della vita-morte. Ma come parlarne? Sempre a proposito di lutto, e quindi di scrittura (poiché essa è sempre già testamentaria), mi viene in mente che l’ultimo testo del filosofo Michel Foucault, prima di morire nel 1984, rivedeva radicalmente il concetto di ‟vita” che aveva ispirato i suoi studi: non più ciò che si contrappone alla morte, ma la vita come ‟ciò che è capace di errore”. Estendendo l’errore (l’erranza), è vita ciò che è capace di caduta, di malattia, di scomposizione e polvere. Di morte. Anche per questo, e tanto più per questo, suonano sempre più insopportabili le parole pubbliche di chi, in un’illusione di immunità, parla e scrive come se non avesse un corpo, come se non fosse capace di morire, cioè di vivere.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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