Per la prima volta dal 1947, ieri due gruppi di persone hanno attraversato la ‟Linea di Controllo”, il confine di fatto che separa il Kashmir indiano da quello sotto amministrazione pakistana. Un evento di grande impatto emotivo per gli abitanti della regione sulle pendici dell'Himalaya, e di grande impatto politico per le relazioni tra India e Pakistan. Grandi folle ieri hanno assistito alla prima corsa di autobus tra Srinagar e Muzaffarabad, rispettivamente capitale del Kashmir indiano e di quello pakistano. Folle, lacrime di commozione, piogge di fiori: i passeggeri, per lo più anziani, sono persone che per la prima volta in quasi 60 anni andavano a visitare fratelli, sorelle o nipoti. ‟La carovana della pace è partita”, ha detto il primo ministro indiano Manmohan Singh alla folla che si è raccolta ieri mattina nello stadio Leone del Kashmir, a Srinagar, per salutare la partenza degli autobus dal lato indiano: ‟Nulla potrà fermarla”.
Per la verità ci hanno provato, a fermarla. Alla vigilia, mercoledì, attentatori suicidi hanno attaccato e incendiato l'edificio governativo dove erano alloggiati i passeggeri (tutti salvi): quattro gruppi islamici avevano fatto sapere che quel viaggio non si doveva tenere. Avevano promesso di trasformare quegli autobus in ‟bare su ruote” per chi si azzardava a salirci. Ci hanno riprovato anche ieri, lungo il percorso, con granate e fuoco di mitraglie: ma da troppo lontano per raggiungere i veicoli (i militari indiani hanno risposto al fuoco).
La divisione del Kashmir era stata l'esito della prima guerra indopakistana, nel `47, e quella frontiera di fatto (la linea del cessate il fuoco sancito nel `49) ha diviso intere famiglie. Così, si può immaginare l'emozione quando i primi autobus da Muzaffarabad sono arrivati alla Linea di Controllo, i 31 passeggeri sono scesi e hanno attraversarto a piedi il ‟ponte della pace”, così battezzato perché è stato ricostruito per l'occasione - il vecchio ponte era stato demolito durante quella prima guerra. Un paio d'ore dopo si è ripetuta la scena all'inverso, quando sono arrivati gli autobus da Srinagar con 24 passeggeri (gli accordi prevedono per ora che i veicoli non passino il confine: attraversato a piedi il ponte, con i bagagli, i passeggeri sono saliti su un altro bus che li ha portati a destinazione). In entrambi i casi i passeggeri sono stati salutati con tè e applausi in ogni villaggio sul percorso e poi a quel ponte, dove fino a un anno fa c'erano solo soldati in assetto di guerra: ieri invece c'erano folle festose, oltre a uno schieramento di sicurezza imponente e un battaglione di giornalisti di tutto il mondo. Altre feste di benvenuto erano organizzate a destinazione, con cibo e musica. A Srinagar, che sorge sulle rive di un famoso lago, tonnellate di fiori galleggiavano sull'acqua.
‟Una porta è stata aperta”, aveva detto la mattina Manmohan Singh (che ad ogni buon conto si è rivolto al pubblico da dietro un vetro antiproiettile). Ha parlato di ‟nuova fase”, e riconosciuto al Pakistan e al presidente Parvez Musharraf di aver aiutato ad aprirla. Era in quello stesso stadio che nell'aprile del 2003 il suo predecessore, A. B. Vajpayee, aveva tenuto il discorso sull'amicizia che aveva avviato la distensione con il Pakistan.
Il viaggio degli autobus è il più simbolico tra i gesti di apertura compiuti da allora da India e Pakistan. I gruppi separatisti l'hanno avversato, come tutto ciò che allontana dall'obiettivo finale della totale indipendenza del Kashmir (cosa che per la verità il Pakistan non vorrebbe affatto). Sul lato indiano però si sono fatte avanti sigle relativamente nuove (quelle che hanno rivendicato l'attentato di mercoledì a Srinagar). Silenzio da parte della Hurriyet Conference ("Conferenza per la libertà"), che racoglie le forze religiose e politiche separatiste nel Kashmir indiano ma si è divisa da quando un anno fa il governo centrale l'ha chiamata a un dialogo. Silenzio anche, sul versante pakistano, dalle sigle ‟storiche” della guerriglia islamica kashmira, più o meno rappresentate dal ‟Consiglio della jihad” (che ha sede a Muzaffarabad), che pure si sono sempre pronunciate contro il processo di pace tra India e Pakistan perché emarginerebbe proprio loro e la richiesta di indipendenza. In qualche modo sono stati tutti scavalcati.Il fatto che tante persone siano salite sull'autobus, ieri, nonostante le minacce, fa pensare che abbiano sottovalutato il desiderio di gran parte dei kashmiri di vivere in pace.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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