Un'esplosione, e l'intero edificio di nove piani è venuto giù. ‟È crollato in pochi minuti, come un castello di carte”, ha dichiarato un testimone alla tv del Bangladesh. Quell'edificio, in un sobborgo della capitale Dakha, era una fabbrica tessile. Dalle macerie ieri sera i soccorritori avevano estratto 17 corpi e 82 persone ancora in vita. Ma quante siano rimaste là sotto non è chiaro: l'intero turno di notte, poiché la fabbrica lavora a ciclo continuo. L'industria tessile impiega soprattutto donne, in Bangladesh, ma i turni di notte sono più spesso degli uomini, che prendono gli straordinari. Donne o uomini, ora sono sotto i detriti. Polizia e vigili del fuoco hanno lavorato dalle prime luci del mattino; nel pomeriggio è arrivato l'esercito con i cani cerca-persone e le gru per spostare le macerie: ma non è stato facile far arrivare i mezzi pesanti fino al luogo del crollo, tra stradine strette ai bordi di canali. La capitale del Bangladesh si trova nel cuore del gigantesco delta comune del Gange e del Brahmaputra, regione solcata da fiumi e canali, terreni allagati dalle piene di stagione, strade costruite sui terrapieni. Palashbari, una trentina di chilometri a nord-ovest della capitale del Bangladesh, non fa eccezione. Su questo terreno acquitrinoso era stato tirato su l'edificio a nove piani della ditta Shahriar Fabrics: senza i permessi delle autorità urbanistiche, ha detto solo ieri Shahid Alam, dirigente della Dhaka Development Autority.
La causa del crollo non è ancora certa: pare l'esplosione di una caldaia, dicono i vigili del fuoco. ‟Sospettiamo che cinquecento persone siano sotto le macerie”, diceva alla tv, concitato, un operaio sopravvissuto. Le telecamere mostravano decine di persone, per lo più parenti di operai dispersi, al lavoro a mani nude insieme ai soccorritori. Secondo un addetto alla sicurezza dello stabilimento, Abdul Hye, il turno di notte impiega circa 250 operai. Se così fosse, bisognerà aspettarsi un bilancio di almeno 150 vittime.
I soccorritori hanno lavorato tutta la giornata nel cumulo di pareti accartocciate; a sera l'operazione non era terminata. Con il passare delle ore l'angoscia dei familiari si trasformava in disperazione. ‟Fino a poco fa mio fratello Jamal mi chiamava sul telefonino chiedendo aiuto”, diceva alla tv una donna: ‟ma ora, più nulla”.
Le fabbriche tessili sono un elemento fisso del panorama nella grande periferia sorta attorno a Dakha, villaggi divenuti avamposti urbani negli ultimi dieci o quindici anni. Semplici capannoni o vere e proprie fabbriche sono spuntate come funghi tra residue risaie e mercati rurali. Sono la base di quello che negli anni `90 è diventato uno dei settori trainanti dell'economia del Bangladesh: l'insieme di tessuti, confezioni, maglieria e la juta grezza o lavorata fanno tre quarti dell'export. Certo, il paese ha anche giacimenti di gas naturale, tra gli acquitrini del delta e soprattutto off-shore nel golfo del Bengala. Da almeno dieci anni i dirigenti bangladeshi ne parlano come della chiave di una futura prosperità, ma per ora le concessioni per sfruttare il gas non hanno cambiato il dato di fondo: il Bangladesh vive sui tessili prodotti in fabbriche come quella crollata ieri. E questo grazie non alla materia prima (il cotone è importato, solo la juta è locale) ma alla manodopera, tanta e a buon mercato.
Così, in un paese di 150 milioni di abitanti, si calcola che 1,8 milioni di persone lavori in circa 2.500 fabbriche di tessili e abbigliamento. Le fabbrichette più piccole ricevono commesse da aziende esportatrici che a loro volta hanno contratti con investitori stranieri; quando ci sono commesse assumono, poi licenziano o addirittura chiudono. I salari variano moltissimo, da 20 a 50 dollari mensili, a seconda che l'operaio sia una donna o un uomo, e che la ditta lavori su commessa diretta di compratori stranieri (allora paga di più e impiega più uomini che donne) o sia una delle tante in subappalto. Bambini no: troppo forte è stata negli anni `90 la minaccia di sanzioni commerciali, per le campagne internazionali contro il lavoro minorile (che purtroppo è stato solo relegato in settori più informali, meno pagati e più precari del tessile...). Incidenti e incendi sono frequenti, le norme di sicurezza aleatorie.
I proprietari dello stabilimento della Shahriar Fabrics ieri non si sono fatti vedere: scomparsi. Si è fatta vedere la premier, Begum Khaleda Zia, che è volata a Palashbari e si è detta sotto shock per la tragedia: ha ammonito i soccorritori a ‟mobilitare tutte le forze e le risorse per i soccorsi, che nessuno muoia a causa di negligenza”. Il ministro degli interni Lutfuzzaman Babar ha promesso un'indagine su quell'edificio abusivo. Chissà se indagherà anche su centinaia di altri edifici egualmente letali dove donne e uomini producono il reddito del paese.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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