Mai sottovalutare l'importanza delle mappe. Il primo ministro cinese Wen Jiabao, giunto ieri in visita nella capitale indiana New Delhi, ha portato al suo omologo indiano Manmohan Singh la nuova mappa del subcontinente indiano stampata dall'istituto geografico di stato cinese: segna il Sikkim, piccolo stato nel settore orientale della catena himalayana, come parte integrante dell'Unione indiana e non più come paese separato o entità contesa (è annesso all'India dal 1975, ma la Cina non lo aveva mai riconosciuto). Un gesto significativo perché la disputa sui confini avvelena da decenni le relazioni tra Cina e India, che nel 1962 avevano combattuto una guerra e da allora hanno vissuto in una sorta di pace fredda (è quando la Cina ha mostrato al mondo di avere la bomba atomica, negli anni `60, che l'India ha avviato il suo programma atomico, arrivando a condurre un test sotterraneo nel 1975). Tanto più importante dunque è l'accordo firmato ieri dai due premier: definisce un percorso per mettere fine alle vecchie questioni di confine. Cina e India condividono 3.500 chilometri di frontiera, da ovest (il Kashmir) a est (ai confini con la Birmania), attraverso cui hanno continuato a guardarsi in cagnesco anche dopo i primi gesti di distensione (nel `90 una storica visita a Pechino dell'allora premier Rajiv Gandhi).
L'accordo firmato ieri è solo il primo passo per chiudere le dispute - il secondo, che dovrà definire un ‟quadro concordato” per l'accordo finale, sarà più difficile. Ma Cina e India, che insieme fanno oltre un terzo degli abitanti del pianeta, affermano di voler chiudere i vecchi conti, cose del passato: ‟Costruiremo un ponte della pace per collegare i nostri due paesi”, ha detto Wen.
Quello sui confini è solo uno di parecchi accordi firnati ieri tra India e Cina, sui temi più diversi: dalla cooperazione culturale alle relazioni commerciali. Più importante ancora: la Cina ha detto che sosterrà la candidatura dell'India a un posto nel Consiglio di sicurezza dell'Onu. I due paesi poi dicono di voler coordinare le loro politiche in organismi multilaterali come l'Organizzazione mondiale del Commercio.
Il fatto è che i due paesi più popolosi dell'Asia e del mondo stanno emergendo, entrambi, come potenze economiche. Sono entrambi affamati di nuovi mercati e di energia, competono nell'attrarre investimenti (e su questo per ora resta in testa la Cina). Ma hanno interessi in comune, e affermano di voler basare sulle relazioni economiche una più stretta cooperazione.
Non a caso dunque la visita di Wen in India è cominciata nel fine settimana nel sud, a Bangalore, stracitata come la capitale dell'industria indiana dell'informatica, sede di alcune tra le maggiori ditte di software, mecca dei call-centres. Ha visitato maggiori aziende indiane di servizi software, tra cui quelle che hanno aperto filiali in Cina: Infosys Techologies, Tata Consultancy services, Wipro (il cui proprietario proprio ieri è stato indicato come l'uomo più ricco dell'India). Ha visitato poi la Huawei Technologies Co., azienda di telecomunicazioni cinese che ha affari in India. ‟Insieme, possiamo prendere la leadeship mondiale del settore”, ha detto là Wen: si riferiva alla complementarietà tra i due paesi, la Cina più buttata sull'hardware e l'India sul software.
Le relazioni commerciali sino-indiane intanto diventano consistenti. Per il momento si tratta più che altro di generi decisamente a bassa tecnologia: dai giocattoli ai piccoli elettrodomestici o le tv, l'India è piena di prodotti made in china (la Cina è ora il secondo partner commerciale dopo gli Usa); a sua volta la Cina importa dall'India materie prime per le costruzioni, ferro, plastiche, e prodotti farmaceutici. L'arrivo di prodotti di consumo cinesi a basso costo ha creato malumori in India, che però a riequilibrato con il suo export. La competizione potenziale è ancora più forte nel settore dell'energia: entrambi i paesi sono alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento. Ma ora affermano di voler piuttosto cooperare (citano l'esempio del Sudan, dove i cinesi stanno costruendo una raffineria e gli indiani un oleodotto, e ora i due enti statali petroliferi stanno anche estraendo petrolio, in cooperazione con l'ente petrolifero sudanese).
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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