Ne hanno parlato a pranzo, lunedì, nel ranch di Crawford in Texas: il programma nucleare iraniano è stato il principale argomento di discussione tra il premier israeliano Ariel Sharon e il suo ospite, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush. Il giorno dopo, a Washington, la ‟minaccia nucleare iraniana” è tornata nei colloqui tra Sharon e il vicepresidente Usa, Dick Cheney. Per Israele, il programma nucleare iraniano è diventato una vera ossessione: Sharon ha detto a Bush che Tehran è vicina al ‟punto di non ritorno” in cui avrà acquisito la capacità di costruire bombe atomiche. ‟Bisogna prendere misure immediate contro l'Iran”, ha detto uno stretto collaboratore del premier israeliano ai cronisti, precisando che si riferisce a sanzioni internazionali: ‟Bisogna portare la cosa al Consiglio di Sicurezza, loro sono quelli che hanno gli strumenti per intervenire”, cioè decretare sanzioni. Ma ‟c'è un tempo limite, perché presto l'Iran raggiungerà un punto tecnologico di non ritorno”.
Il premier israeliano dunque è andato a chiedere al presidente Bush di fare pressione sull'Iran, che Israele considera una minaccia per la sua sicurezza. Nei colloqui non è stata evocata la possibilità che Israele agisca da sola attaccando gli impianti nucleari iraniani - ma se anche fosse stata evocata, certo nessuno lo avrebbe riferito.
Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, per rafforzare la sua causa Sharon ha mostrato a Bush le ultime informazioni dell'intelligence israeliana (per questo era accompagnato dal suo segretario militare, maggiore-generale Yoav Galant). Il New York Times descrive la scena, raccontata dai funzionari presenti: Sharon sparge sul tavolo fotografie dei siti nucleari iraniani. Nessuno però ha precisato se fossero foto di provenienza israeliana o americana, prese dai satelliti spia o da agenti sul terreno. Il Nyt cita però funzionari americani, secondo cui le immagini mostrate dagli israeliani non dicono nulla che non sapessero già. Dicono anche che quelle stesse informazioni sono interpretate diversamente: il vice-ammiraglio Lowell E. Jacoby, direttore della Defence Intelligence Agency (Dia), il controspionaggio militare Usa, ha dichiarato il 16 febbraio al Congresso che Tehran, se non sarà fermata, potrebbe avere la capacità di costruire la bomba all'inizio del prossimo decennio - e non prima. La divergenza di valutazioni tra i dirigenti israeliani e la Casa Bianca, se vera, non cambia il dato di fondo: anche l'amministrazione Bush è convinta che il programma nucleare iraniano abbia finalità belliche. E resta scettica verso un negoziato con Tehran, anche se per ora ha accettato di assecondare gli sforzi europei.
Per il momento, il negoziato condotto da tre paesi europei (Francia, Gran Bretagna e Germania) ha ottenuto che l'Iran sospenda, in modo volontario e temporaneo, le attività per l'arricchimento dell'uranio, cosa che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha comprovato con le sue ispezioni. Poi però il negoziato si è bloccato: l'Iran ripete che non rinuncerà a arricchire uranio per produrre combustibile per le sue centrali nucleari (civili), e offre invece di dare ‟garanzie obiettive” che le sue attività siano solo pacifiche (produrre energia elettrica); gli europei ripetono che l'unica garanzia è cancellare il programma di arricchimento. Il mese scorso però gli europei hanno accettato di considerare la proposta iraniana di mantenere solo un piccolo programma di arricchimento sotto il controllo dell'Aiea: ne discuterà il gruppo di lavoro dei negoziatori la settimana prossima a Ginevra, e a più alto livello il 29 aprile a Londra.
Secondo Israele, riassume Haaretz, tutto questo sta permettendo all'Iran di prendere tempo e avvicinarsi al suo obiettivo. Israele sostiene che l'Iran ha sospeso l'arricchimento dell'uranio in realtà solo per problemi tecnici, ‟gli mancano alcune componenti, ma sono vicini a procurarsi la piena capacità di arricchire uranio”, ha detto una fonte della delegazione di Sharon (a Haaretz). Dunque Sharon ha chiesto a Bush di fare pressione sugli europei passare la questione al Consiglio di sicurezza. E se di attacchi non si parla, l'ipotesi resta nell'aria, evocata da indiscrezioni sempre più dettagliate.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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