I primi a morire sono stati i bambini. Era ottobre scorso, e il personale medico del reparto pediatrico dell'ospedale di Uige, Angola nord-orientale, hanno notato che sempre più bambini, arrivati all'ospedale con malattie che sembravano curabili, peggioravano d'improvviso e morivano. Nessuno ancora aveva diagnosticato il virus Marburg, che ha ucciso fino a ieri 203 persone (su 221 casi noti) in quella provincia angolana. Il personale sanitario però si è allarmato: anche per in paese dove un bambino su 4 muore prima di compiere 5 anni, e in genere di malattie infettive, un numero di morti così alto era insolito. Erano allarmanti anche i sintomi mostrati da quei bambini, febbre alta ed emorragie. Già in ottobre dunque i sanitari dell'ospedale di Uige avevano mandato campioni di sangue e tessuti di quattro bambini al Centre for Desease Control and Prevention di Atlanta, Stati uniti, uno dei centri più autorevoli al mondo per il monitoraggio e la cura di malattie infettive (e anche un raro esempio di istituzione della sanità pubblica negli Usa). L'istituto di Atlanta ha cercato almeno tre tipi di febbri emorragiche, tra cui il virus chiamato Marburg, ma il risultato è stato negativo. Solo più tardi, all'inizio di marzo, i sanitari di Uige hanno segnalato all'Organizzazione mondiale per la sanità 39 sospetti casi di Marburg. Nuovi campioni inviati a Atlanta questa volta sono risultati positivi al virus che porta il nome della città tedesca dove era stato identificato la prima volta, negli anni `60. Da marzo sono morti del virus la dottoressa Maria Bonino, italiana, che dirigeva il reparto pediatrico di Uige, e altri 16 tra infermieri e medici. Soprattutto, con la malattia si è diffuso il terrore. Il virus Marburg assomiglia molto a quello Ebola, che fa stragi ricorrenti in Africa. Provoca febbre alta, nausea, vomito e diarrea, e infine emorragie interne ed esterne da tutti i possibili orifizi umani. Simile la via di trasmissione: tutti i fluidi corporali, dal sangue al sudore. Dunque è estremamente contagioso, basta il contatto. E poi anche Marburg non ha cura: l'unica è mantenere i fluidi nella persona malata e sperare che l'organismo sconfigga il virus. Finora però nella provincia di Uige sono morte nove persone su dieci contagiate. Gli esperti non sanno dire con certezza da dove sia arrivato il virus né quando si sia manifestato (che sia cominciato ad ottobre in quel reparto pediatrico è solo una fondata ipotesi). Sono certi però che ci sia stato un unico primo caso da cui il male si è diffuso, perché tutti i casi esaminati presentano un unico ceppo del virus: e questo significa che bisogna isolare i malati per fermare il contagio. Ma non è facile: bisognerebbe chiudere quell'ospedale e disinfettarlo (come chiedeva Medecins sans Frontiéres, invano: ha ottenuto solo il permesso di gestire un reparto di isolamento all'interno dell'ospedale). Il fatto è che quello di Uige, 360 letti, è l'unico ospedale per mezzo milione di persone. E poi quella provincia è tra le zone più disastrate dalla ventennale guerra civile angolana, conclusa solo un paio d'anni fa: ‟Uige è una situazione molto speciale”, ha detto ieri il ministro della sanità dell'Angola Jose Van Dunem (all'agenzia Reuter): ‟Il servizio pubblico è distrutto. È una provincia in cui non ci sono molti dottori e infermieri ben addestrati”.
Ieri la direttrice del Centre for Disease Control di Atlanta, Julie Gerberding, ha dichiarato che l'attuale scoppio di Marburg in Angola non rappresenta una minaccia per il resto del mondo. Dal punto di vista degli epidemiologi, il punto è trovare una cura e capire da dove sia arrivato il virus. L'ipotesi è che Marburg, come Ebola, abbia un ‟serbatoio” in alcuni animali selvatici, per lo più primati (come le scimmie), da cui passa agli umani - per esempio quando cacciano questi animali per macellarli e venderne la carne, la bushmeat di cui è aumentato il consumo un po' per necessità, un po' per moda. Intanto a Uige la malattia continua a uccidere, mentre regnano la paura e la diffidenza verso i medici. Lunedì poi è morto il primo paziente ricoverato nella capitale Luanda con quel virus dal nome tedesco.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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