Non sono molte le occasioni per incontrare i massimi dirigenti esecutivi di una grande azienda multinazionale. Una è l'assemblea annuale degli azionisti: per questo una rete di attivisti sociali si è data appuntamento questa mattina all'Hotel DuPont di Wilmington, Delaware, dove è convocata l'assemblea degli azionisti della CocaCola. Con ‟una forte presenza dentro e fuori l'assemblea”, sperano di ‟lanciare un avvertimento agli azionisti, creditori e potenziali investitori, che saranno tenuti a rendere conto delle azioni irresponsabili dell'azienda”. La mobilitazione è promossa dalla ‟Campagna Stop Killer Coke”, dal India Resource Centre e da alcuni gruppi per la ‟corporate accountability”, che si potrebbe tradurre come ‟trasparenza” o ‟responsabilità” delle aziende. Gli attivisti contano di farsi sentire anche dentro l'assemblea grazie a amici e simpatizzanti titolari di azioni della CocaCola. Chiederanno conto all'azienda di Atlanta di ‟gravi violazioni dei diritti umani, ambientali, e sulla salute”. Citano in particolare due casi: il rapimento, tortura e uccisione di sindacalisti degli stabilimenti CocaCola in Colombia, e la storia dello stabilimento di Plachimada, villaggio del Kerala, India, che ha prosciugato le falde idriche dell'intero distretto. In Colombia, dal 1990 numerosi lavoratori degli impianti di imbottigliamento della CocaCola sono stati uccisi. In particolare il sindacato Sinaltrainal denuncia che diversi suoi dirigenti - dipendenti della CocaCola - sono stati rapiti, torturati e fatti fuori da squadre della morte. Nel 2001 la United Steelworkers Union (il sindacato dei metallurgici Usa) e il gruppo di avvocati International Labor Rights Fund hanno ripreso la denuncia del sindacato colombiano e hanno fatto causa alla CocaCola presso il tribunale federale di Washington, con l'accusa di mantenere relazioni con diverse squadre della morte allo scopo di intimidire gli attivisti sindacali. L'azione legale per ora è finita in nulla, il tribunale ha accolto la difesa dell'azienda: CocaCola non nega i fatti ma dice che rapimenti e uccisioni sono parte di un ‟generale clima di violenza” in Colombia. Dice anche che gli stabilimenti colombiani sono proprietà di ditte locali, dunque CocaCola non ha responsabilità legali.
Altra è la storia di Plachimada, in India. Qui la CocaCola aveva aperto nel 2000 uno stabilimento per imbottigliare le sue note bibite con licenza del locala panchayat, il consiglio elettivo di villaggio. Poi però è risultato che pompava 1,5 milioni di litri al giorno da sei pozzi. In breve, Plachimada e i villaggi circostanti sono rimasti all'asciutto, i pozzi pubblici di acqua potabile erano a secco, l'acqua per l'agricoltura scomparsa. Nel 2003 dunque il panchayat non ha rinnovato la licenza, e la CocaCola ha fatto ricorso. È cominciata così una battaglia finita in un lungo”assedio” di massa allo stabilimento. Una sentenza della Hight Court (l'alta corte statale) del Kerala ha poi dato ragione al panchayat di Plachimada: diceva che lo stato ha ‟il dovere legale di protegge le risorse naturali. Queste risorse intese per l'uso e il beneficio pubblico non possono essere convertite in proprietà privata” (6 dicembre 2003). Nel febbraio del 2004 il governo del Kerala ha infine chiuso lo stabilimento. La storia però non è finita, perché CocaCola ha fatto ricorso e pochi giorni fa ha ottenuto una sentenza favorevole: sarebbe autorizzata a estrarre fino a 500mila litri d'acqua al giorno - ma lo stabilimento resta chiuso, il panchayat e il comitato di solidarietà che lo sostiene intendono rivolgersi alla Corte suprema.
Tutto questo sarà evocato oggi anche grazie a una risoluzione proposta da due ‟piccoli azionisti”: il fondo pensione degli impiegati comunali e quello degli insegnanti di New York chiederanno di mandare ‟una delegazione di inchiesta indipendente che includa rappresentanti di organizzazioni statunitensi e colombiane per i diritti umani” a verificare le condizioni di lavoro negli stabilimenti di CocaCola all'estero. I vertici dell'azienda si opporranno, offrendo in cambio di commissionare una verifica a una ditta specializzata in monitoraggio degli standard sociali delle aziende.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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