Come sarà questo Papa? Dipende dai politici che se ne serviranno. Non perché il cardinale tedesco Joseph Ratzinger, divenuto all'improvviso Papa Benedetto XVI, sia persona adattabile o leader cedevole. Al contrario, ha già dato prova di avere una personalità solida e tenace. Ma la sua gentile e straniera frequentazione di notabili della tribù italiana, qualche problema finirà per crearlo. Ci sono fitte pattuglie della destra atea, che stanno già reclamando conoscenza e frequentazione del Papa e ci stanno assicurando di una consuetudine televisiva (Vespa vuol farci sapere come sostituirà la stella cadente di Berlusconi con quella nascente di Papa Ratzinger) mondana (segue l'elenco delle minestrine, dei petti di pollo, del tipo di birra che piace al Papa) e politica (mezzo mondo politico adesso sostiene di essere nemico giurato del relativismo) con il nuovo capo e custode della Chiesa cattolica.
La manovra rivela, in modo abbastanza evidente, il tentativo di mettere in scena uno di quei trucchi di cui è specialista la destra italiana, già nota per la falsificazione del passato e per la creazione di fondali finti su cui ambientare la fallita politica del presente.
La persuasione è questa: la dimostrata frequentazione del nuovo Papa li farà apparire contigui all'infallibilità del Capo della Chiesa.
È vero che si tratta di un pensiero tra il goliardico e il blasfemo. Ma c'è qualcosa di più blasfemo che diventare rigorosi, implacabili, intolleranti soldati di Dio senza credere in Dio e cercando di piegare all'immediata utilità politica ogni posizione e decisione della Chiesa, che risponde invece a un fitto tessuto di pensiero, di storia, di teologia, di obbedienza, di fede?
Non c'è. Ma gli esempi di questo nuovo e preoccupante atteggiamento di uso della religione che potremmo chiamare ‟L'imitazione di Ratzinger” sono destinati a moltiplicarsi.
Prendete la questione del relativismo culturale. Non è nuovo, non è di Ratzinger e non è nato nella cultura cattolica. Ma la questione attraversa, divide, tormenta da sempre il protestantesimo americano, che non conosce la mediazione del clero fra la norma ritenuta divina e il comportamento umano. Ognuno, da solo, deve prendere la decisione giusta nei confronti della verità.
Nel secolo scorso il problema si è affacciato e poi si è diffuso con furore quando John Kennedy è diventato il primo candidato cattolico alla presidenza degli Stati Uniti. Non sarebbe stato, da parte delle chiese protestanti un condannabile atteggiamento relativista far finta di non sapere e di non vedere che non tutti i cristianesimi sono uguali e che quello di Roma avrebbe subordinato il presidente degli Stati Uniti al Papa?
Come molti ricorderanno ‟il relativismo” anti-cattolico è stato battuto e liquidato dal buon senso americano. Ma la sua assenza dalla scena politica non è durata a lungo.
Per i fondamentalisti americani è relativismo opporsi alla pena di morte. La Bibbia la prescrive e non si vede come si possano fare eccezioni o trasferire l'argomento nelle convenienze di un più pacato convivere quotidiano. Per essi è relativismo la tolleranza anche solo formale verso i gay e verso i loro diritti civili. Ma non si dimentichi la radice cristiana del razzismo protestante, un pretesto ignobile, ma sbandierato a lungo in tutte le chiese bianche nel Sud degli Stati Uniti. È stato proclamato relativismo inaccettabile far finta di non vedere e di non sapere che i neri sono neri perché ragione e saggezza divina non avevano voluto crearli bianchi.
Il fatto che il grandioso e vincente movimento per i diritti civili sia nato nelle chiese protestanti nere e abbia subito coinvolto sia la chiesa cattolica americana che le sinagoghe è una delle grandi pagine della storia americana.
Ma ben presto la proibizione della preghiera nelle scuole è stata definita un frutto del relativismo. Eppure la proibizione della preghiera nelle scuole era nata non solo come affermazione della separazione fra Stato e Chiesa, principio tuttora fondamentale persino nell'America in cui il presidente Bush assicura di consultarsi direttamente con Dio. Era nato come protezione del senso alto e benevolo della preghiera. In un Paese multiculturale e multirazziale non si poteva permettere che la preghiera diventasse un'arma che ciascun gruppo religioso avrebbe potuto brandire contro un altro, cristiani contro ebrei, protestanti contro cattolici, pentecostali contro unitariani.
Ecco il vero senso del relativismo nella cultura contemporanea: la protezione delle minoranze, di coloro che, in un dato momento storico, appaiono ‟diversi” agli occhi del gruppo di maggioranza.
La battaglia per l'abolizione del diritto di scelta delle donne sulla procreazione (ovvero la guerra contro l'aborto) è stata scatenata dal fondamentalismo protestante con l'accusa di relativismo rispetto ai principi fondamentali della religione cristiana che nessun vincolo legale può superare. Se il modello americano - dove una forte commistione fra religione e politica è scoppiata molto prima che in Europa può essere di aiuto, si ricordi che la Chiesa cattolica è restata molto a lungo lontana dall'intransigenza dei protestanti fondamentalisti. Sia il presidente cattolico Kennedy che il governatore cattolico di New York Mario Cuomo (e senatori cattolici come Bob e Ted Kennedy, come John Kerry, e praticamente tutti gli uomini politici di osservanza cattolica negli Stati Uniti) hanno affermato, in circostanze pubbliche e solenni, che avrebbero obbedito alla Chiesa nella loro vita personale e privata, ma non avrebbero mai disatteso le leggi della Repubblica nella loro attività, funzione e responsabilità politica.
Cardinali di grande statura teologica, come Mons. Bernardin, il non dimenticato arcivescovo di Chicago, hanno sempre sostenuto le posizioni dei politici cattolici americani e non hanno mai pensato di chiedere ‟obiezione di coscienza” ai loro deputati, senatori, governatori. Tutto ciò avveniva - e stabiliva nella Chiesa cattolica americana un punto solido di riferimento morale per tutti i liberal - mentre il fondamentalismo americano lanciava una campagna così accanita contro l'aborto, da portare alla uccisione, in varie parti degli Stati Uniti, di cinquantasei ginecologi (alcuni assassinati da tiratori scelti mentre giocavano con i figli o erano seduti a tavola con la famiglia) e alla distruzione con la dinamite di un centinaio di cliniche per l'assistenza di giovani donne in cerca di aiuto.
Ma proprio l'America ci guida a un punto di raccordo indispensabile per capire di che cosa si sta parlando. La Costituzione degli Stati Uniti è fondata sulla esplicita accettazione (relativistica?) delle diverse fedi e delle diverse visioni della vita dei suoi cittadini, nessuna delle quali è vista come superiore o perenne o assoluta.
Alle spalle della Costituzione sta l'esperienza e la storia degli immigrati: ognuno fuggiva da Paesi e governi europei dominati da una verità unica.
Per questo le Carte federaliste, che hanno annotato il grande lavoro di preparazione della più libera Costituzione del mondo, testimoniano di una preoccupazione grande e costante: proteggere le minoranze, mettere al sicuro i punti di vista diversi, fare in modo che niente diventi mai più come ‟l'editto di monarchi capricciosi che in nome di Dio hanno fomentato odio, guerra e persecuzioni” (James Madison, 4 maggio 1787).
Se questa è l'America, non si capisce chi abbia ispirato l'improvviso arruolamento nella guerra contro il relativismo del presidente del Senato Marcello Pera, il quale non perde occasione per dichiararsi culturalmente e politicamente ‟americano”. Inoltre Pera ama ricordare che per lui, prima della politica, viene la filosofia. E che la sua specialità filosofica è Karl Popper. Ma Popper è il più relativista dei maestri del pensiero contemporaneo, perché in Popper tutto è rispetto e libertà e accettazione di punti di vista molteplici. Ecco dunque ciò che c'è da temere in Italia persino quando viene eletto Papa un uomo portatore di un sapere filosofico e teologico che non si presta alla banalizzazione della politica. L'avventura che sta per cominciare è - abbiamo detto e temiamo - ‟l'imitazione di Ratzinger”. Ovviamente ciò avviene a livelli molto più bassi, passando attraverso menti alquanto più confuse, in territori avidi di convenienza politica e poveri del senso di fede che illumina, anche nei percorsi più ardui, (e, per chi osserva da fuori, più difficili da capire) teologi come Ratzinger.
Per esempio, per molti di noi che ascoltano e cercano di interpretare il nuovo Papa, sapendo che non sarà sempre facile, c'è, inevitabile, una domanda. Quando Ratzinger dice ‟dittatura del relativismo” in apparenza esprime una evidente contraddizione. Infatti è inevitabile tradurre quella frase in ‟dittatura della libertà”, che è, ovviamente, una affermazione impossibile.
Ma se il teologo bavarese intende invece condannare la indifferenza cinica di coloro a cui va bene tutto ciò che conviene, allora la frase è parte di una grande omelia contro l'opportunismo dilagante.
Osservando la non esaltante scena italiana, si nota che i nuovi imitatori di Ratzinger non sono in cerca di un Pontefice per illuminare la fede che non hanno (alcuni di essi hanno il coraggio di dirlo: essi professano una religione esclusivamente politica). Sono in cerca di un re da dislocare sul loro desiderio non di verità ma di potere.
Poiché quel potere, nella sua incarnazione di parlamento zombie che ubbidisce senza fiatare a una sola persona, nella vergognosa egemonia di tutte le fonti di informazione, è arrivato alla fine, stanno pensando di aggrapparsi al Papa.
Qualcosa - nel carattere e nella personalità di questo nuovo capo della Chiesa cattolica, fa pensare che ci sarà presto, dalla sua parte, uno scrollone e un inaspettato andare altrove. Certo lontano da coloro che si descrivono come compagni di televisione e di ristorante del Papa, tanto per fare sapere che avranno buoni contatti anche quando sarà finita (è questione di giorni) la loro destra.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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