Lapidata. Trascinata nella strada, picchiata, tramortita, poi finita a sassate, con agonia lenta, terrificante. La tradizione è dura a morire. Sbagliava chi pensava che le lapidazioni pubbliche fossero terminate per sempre, in Afghanistan, con la fine della dittatura talebana, nel dicembre 2001, e soprattutto con la formazione del nuovo governo di Hamid Karzai alla fine di dicembre, dopo il grande successo delle elezioni il 9 ottobre 2004. Una donna di 29 anni, Amina (sino a ieri sera non era noto il nome della famiglia), sposata, è stata lapidata in pubblico con l’accusa di adulterio. A tirare la prima pietra sarebbe stato il marito, che poi avrebbe aizzato gli uomini della sua famiglia e di tutto il villaggio. Un piccolo centro abitato nel distretto di Argo, a ovest di Faizabad, il capoluogo della provincia settentrionale del Badakhshan. Sembra che il marito fosse rimasto all’estero 5 anni. Al ritorno, avrebbe scoperto che la giovane moglie aveva instaurato una relazione con un vicino. ‟La condanna per lapidazione è stata eseguita giovedì. La sentenza era stata voluta dal leader religioso locale, mullah Mohammed Yussuf”, ha dichiarato con linguaggio burocratico il capo della polizia regionale, generale Shah Jahan Noori. Il quale ha anche aggiunto che è stata aperta un’inchiesta e promette di punire gli eventuali responsabili. ‟Abbiamo inviato una delegazione sul posto per verificare le informazioni. Se fossero confermate, sarebbero puniti i colpevoli. Perché questo tipo di decisioni stanno alla magistratura e non ai dignitari locali”, specifica. Secondo alcune fonti legate alla Commissione afghana per i diritti dell’uomo, però non vi sarebbe stata lapidazione, ma la donna sarebbe stata assassinata in altro modo dalla famiglia del marito. Pare, inoltre, che la famiglia del marito tradito si sia limitata a «punire l’amante con 100 frustate in pubblico”.
A Kabul viene sottolineato che l’inchiesta potrebbe causare ‟notevoli frizioni” tra la magistratura del nuovo governo Karzai e le autorità religiose locali. ‟Senza dubbio la lapidazione è stata approvata da un mullah della regione. Per il governo si tratterebbe di una prova di forza mirata a imporre un’interpretazione più moderata della legge islamica e soprattutto il rispetto dell’autorità centrale. Non è possibile imporre le pena di morte senza l’approvazione dei giudici di Kabul”, confermano fonti vicine a Karzai. Del caso si sta occupando anche Massudah Jalal, la candidata 41enne alle scorse elezioni presidenziali, che a dicembre è stata nominata ministro per i Diritti delle donne. Un caso complicato. Sembra, infatti, che nella stessa regione sia stata lapidata per adulterio un’altra donna solo pochi mesi fa. E da più parti si sottolinea che la lapidazione resta una pratica diffusa, seppure molto meno pubblica che ai tempi dei talebani.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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