Nel carcere centrale di Kabul, che porta ancora i segni degli ultimi 25 anni di guerre, il settore femminile rinchiude una trentina di donne e una ventina di bambini, i loro figli. Qualche condanna per droga, pochi casi di omicidio: la maggior parte delle detenute sono dentro per ‟affari familiari”, cioè adulterio o simili offese all'onore della famiglia. Una donna di 29 anni di nome Amina non ha avuto questa ‟fortuna”. Giovedì scorso è stata uccisa - lapidata, ha confermato il capo della polizia provinciale - in un villaggio vicino a Faizabad, distretto di Urgu, provincia di Badakhshan, nell'Afghanistan nord-occidentale. La notizia è stata diffusa domenica dalla Bbc e dall'agenzia Reuter: il marito della donna era da poco tornato dall'Iran, dopo 5 anni, e lei aveva chiesto la separazione perché lui aveva smesso di mantenerla. Sembra che lui abbia reagito accusandola di avere un amante: il ‟consiglio” degli anziani ne ha decretato la morte. Il padre l'ha consegnata loro, per cancellare il disonore. Un testimone ha riferito alla Reuter che Amina è stata trascinata fuori dalla casa paterna e il marito l'ha lapidata. L'uomo accusato di essere l'amante ha ricevuto 100 frustate ed è stato lasciato libero. La polizia ha aperto un'inchiesta.
Sotto il regime del Taleban era normale lapidare le donne accusate di adulterio; le sentenze erano eseguite in pubblico, come le altre pene corporali - dal taglio della mano alla morte. I Taleban applicavano una versione molto spiccia delle norme coraniche, fondate su un islam ultraortodosso innestato sui pregiudizi di un paese assai tradizionalista, ma appreso dai missionari sauditi di scuola wahabita che avevano finanziato generosamente le scuole coraniche per i profughi afghani fin dagli anni `80. Ecco perché, oltre alle pene corporali (ritenute plausibili perfino da sofisticati intellettuali musulmani cresciuti in Europa), i Taleban avevano vietato alle donne di lavorare e alle bambine di studiare. Il regime Taleban però è finito sotto i bombardamenti nel 2001: ora, con un presidente eletto e una costituzione che riconosce alle donne eguali diritti, l'Afghanistan si prepara a elezioni parlamentari e, secondo George Bush, avanza verso la democrazia.
Per la Bbc, è il secondo caso di lapidazione avvenuto dalla caduta dei Taleban, e sempre nella provincia di Badakhshan, controllata dall'Alleanza del Nord che ha combattuto con gli Stati uniti contro i Taleban: ma, quando si tratta di applicare la sharia all'onore maschile, per la donne afghane non fa una gran differenza se al potere sono i Taleban o i loro nemici. Certo, a Kabul c'è un ministero per gli affari femminili e molte agenzie occidentali finanziano progetti per donne e ragazze. Per strada si vede perfino qualche donna senza il burqa. Ma durante le sedute della Loya Jirga (gran consiglio) che ha elaborato la costituzione, le poche delegate hanno faticato a farsi ascoltare: già prendere la parola è stato un atto di coraggio a cui sono seguite minacce. Fuori Kabul poi, l'Afghanistan è sotto la legge dei ‟signori della guerra” che controllano il territorio si spartiscono gli affari, l'eroina soprattutto. Tollerati, se non appoggiati dalle forze internazionali perché garantiscono un certo ordine, i warlord spadroneggiano. A marzo una delle più antiche organizzazioni di donne afghane ha fatto un appello alla stampa internazionale: in Afghanistan ‟molto poco è cambiato per le donne. Però con i loro servizi, o il loro silenzio, i media americani danno l'impressione che le donne ora sono più libere”. Venite a vedere, concludeva l'appello di Rawa, come sono libere le donne afghane.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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