Qualcuno ha scritto che i libri nascono nell´innocenza, come ignari di se stessi e del loro futuro; spetta alla posterità riconoscere quello che portavano con sé e farli grandi, se lo sono, come lo erano senza saperlo. Sulla seconda parte (molto bella) dell´aforisma, di cui purtroppo non ricordo l´autore, credo che possiamo dirci tutti d´accordo. Avanzerei delle riserve sulla prima parte, la presunta "innocenza" o "inconsapevolezza" del libro. Certo, un libro, in sé, è inconsapevole come lo è ogni creatura che viene al mondo, ma indipendentemente da come esso possa essere accolto dai propri contemporanei il suo autore ha sempre la percezione del valore della sua creatura. Perché lui, e solo lui, sa quanto quel libro gli ha richiesto: ha come infallibile unità di misura il travaglio, le difficoltà, le ansie, i turbamenti che gli sono costati per scriverlo.
Nel caso di Il mondo è una prigione, penso che Guglielmo Petroni sia sempre stato ben consapevole del valore del suo romanzo autobiografico, al quale fu ostile l´ottusità di una certa cultura comunista della sua epoca (che ne segnò indubbiamente la non serena vicenda editoriale) e che Petroni seppe difendere con un aristocratico distacco non privo di un´amara ironia. ‟Decisi che in fondo esisteva davvero un editore che correva dove altri fallivano e titubavano; quello era l´editore che la Resistenza portava quale insegna e quello faceva al caso mio. Invece no: anche questa volta avevo capito male, di ‘resistenze’ ce n´era più d´una, e la mia non coincideva con la sua”. Così scrive Petroni in una nota personale che si riferisce probabilmente a un rifiuto del suo libro da parte dell´editore Einaudi.
Qualcuno affermerà che ormai inghiottite dal calendario le meschinità di coloro che volevano una Resistenza (magari senza averla fatta) cantata con i toni della celebrazione e la baldanza di chi si appresta a costruire l´italico Uomo Nuovo su cui ha da sorgere il sol dell´avvenir, il libro di Petroni merita oggi un posto d´eccellenza nella cosiddetta "letteratura resistenziale" dalla quale i prelati del settore lo avevano finora tenuto escluso. Certo, Il mondo è una prigione è ormai "un classico" della Resistenza, una delle testimonianze più straordinarie lasciateci da uno scrittore italiano che soffrì sulla propria pelle le nefandezze dei nazisti occupanti e dei loro zelanti collaboratori di Salò. Ma oggi, per noi, questo libro è indubbiamente qualcosa di più, e credo sia ormai l´ora, al di là del momento della storia patria che ritrae, che esso venga considerato per quello che è davvero, cioè un classico della letteratura italiana: un piccolo capolavoro perfetto nelle sue dimensioni come può esserlo un quadro di Antonello o un lied di Schubert, e che non solo per la misura e l´alto valore civile e umano, ma anche per la singolarità della scrittura (una sorta di monologo interiore "mormorato", se così posso dire, che ricorda il tono salmodico di certi canti gregoriani dove la nota recitante di tono basso è rotta all´improvviso da una nota acuta e straziante che solca il livello antifonico del testo come una ferita) può essere accostato ad altri piccoli gioielli della nostra letteratura, come l´Ortis del Foscolo, La giovinezza di De Sanctis o Agostino di Moravia.
Ma quando è che un libro, nato in quella inconsapevolezza di se stesso in cui nasce ogni libro, diventa un "classico", cioè diventa "consapevole" del suo valore? E chi gli conferisce questa autorità? Come e quando avviene questo passaggio che in antropologia corrisponde a un rito iniziatico grazie al quale si passa a un livello superiore della vita? Avviene allorché un libro, nato in un preciso momento storico, ed eventualmente frutto di un´esperienza personale (come è il caso del Mondo di Petroni), evade da se stesso, supera il tempo storico che lo determinò e l´esperienza che allora fu solo individuale per trasformarsi in qualcosa di più vasto, di universale: una voce che parla del carattere di un popolo, della condizione umana, e in cui una collettività intera si riconosce. L´autorità del classico è data dal tempo, siamo noi posteri che diciamo: questo libro, scritto da quella persona e in quegli anni, parla anche di me, mi riguarda.
Quando Il mondo è una prigione uscì fu perfino accusato di "disfattismo". Quale infame idiozia. Questo è un libro eroico. Non di quell´eroismo di chi combatté contro i nazisti in montagna (tema su cui peraltro esistono memorie bellissime, come ad esempio quelle di Giorgio Bocca ripubblicate di recente) ma di un eroismo vissuto in privato, quello di un uomo arrestato perché distribuiva manifestini antifascisti e rinchiuso nella galera di via Tasso, che fu torturato, che conobbe l´abiezione e che le seppe resistere. "Furon tre giorni d´interrogatorio quasi ininterrotto, fuorché all´ora del pasto; tre giorni snervanti i quali mi diedero stranamente una specie di forza che mi pareva di avere del tutto perduta dentro la cella (…). Ora erano cortesi e perfino affabili, ora chiamavano un energumeno col petto coperto di medaglie e di croci, mi mettevano bocconi su una scrivania e mi frustavano ridendo come se facessero per giuoco. Colui che m´interrogava si faceva chiamare tenente Fritz; era un giovane elegante, forse italiano, traduceva tutto quello che dicevo all´ufficiale tedesco che per ore e ore mai smise di fissarmi, come se potesse leggere qualcosa nei miei occhi (…). Appena entrai in quella stanza, mi fecero sedere in un angolo, accanto a un tavolo sul quale erano allineate cinque o sei diverse fruste di nerbo di bue, alcune col manico di legno, alcune col manico elegante cromato ed inciso (…). Io, che sono spesso timido e molto spesso goffo nelle più semplici situazioni della vita, lì dentro mi sentivo stranamente sicuro e disinvolto. Soltanto, nel più profondo di me stesso, provavo quella terribile sensazione che in simili circostanze sembra farsi più viva di quando si è soli nel buio della prigione; provavo il senso di infinita solitudine, l´impressione che tutto il mondo si era dimenticato di me; qualche cosa che anche oggi mi vien fatto di pensare debba essere simile a ciò che sente il naufrago quando è solo sperduto in mezzo al mare".
Il mondo è una prigione è un libro duro da digerire per le anime belle. Perché è un libro di un "salvato", per utilizzare la distinzione di Primo Levi fra "sommersi" e "salvati". E i "salvati", che hanno visto l´inferno, non parlano certo con l´euforia di chi torna da un bel viaggio. Sono disforici (come lo è questo libro), scettici sulla natura umana (che hanno conosciuto nella sua peggiore ferinità) e il loro sguardo ha la distanza di chi cerca di vedere le cose da lontano, come a mettere fra sé e il male una protezione, affinché il male che ha conosciuto non torni a fargli male nel descriverlo.
Sessant´anni dopo la Liberazione l´Italia sta riabilitando i nazifascisti di Salò con lo specioso argomento (molto italiano), purtroppo proveniente seppur con toni diversi dagli opposti schieramenti politici, che anche i "ragazzi di Salò" (la parola "ragazzo" è una trovata linguistica che nobilita magicamente la torva figura del repubblichino fucilatore complice delle SS) avevano il loro ideale di patria, o credevano di averlo, anche se sbagliato. Certo, il mondo è pieno di gente che "crede" di avere un ideale, sbagliato quanto si vuole, e ci crede con fede. Chi potrebbe negare che coloro che pilotavano gli aerei che si sono infilati nelle torri di New York o i giovani che in Israele salgono sugli autobus con una cintura di tritolo sotto la maglietta non abbiano agito o agiscano per un loro ideale? Forse è un po´ sbagliato, ma ci credono davvero, e fra l´altro i "ragazzi" (magari cinquantenni) che si intravedono nel libro di Petroni erano molto meno coraggiosi: non morivano con le loro vittime, si limitavano allegramente a torturarle. Non so se leggendo il romanzo di Petroni, i livellatori degli ideali avranno ancora animo di dire che anche i nazifascisti di Salò avevano il loro ideale. Ovvero, che ce lo avessero è fuor di dubbio. Solo che l´ideale di un aguzzino e di un torturatore che gode a torturare è un ideale abietto. Davvero un ideale che fa schifo. Ma questo il romanzo di Petroni, che quelle infamie subì, non lo dice. Anche per questo è un classico: perché ci permette di dire oggi ciò che allora per pudore l´autore non chiamò col suo nome.

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