L’Iraq da oggi dovrebbe finalmente avere il nuovo governo. Zoppicante, minato dalle polemiche interne, minacciato da violenze e attentati: ci sono voluti quasi tre mesi al nuovo premier, lo sciita Ibrahim Jaafari, per mettere insieme ben 32 ministri ( 17 dicasteri agli sciiti, 8 ai curdi, sei ai sunniti e uno ai cristiani). Se non ci saranno intoppi - e nulla impedisce l’ennesima crisi all’ultimo minuto - questa mattina i 275 membri del nuovo Parlamento dovrebbero votare la fiducia. Un passo che comunque arriva pericolosamente in ritardo. L’opinione pubblica denuncia il ‟tradimento” dei politici dopo il coraggio dimostrato dai cittadini che sfidarono le minacce del terrorismo recandosi alle urne. Una settimana fa persino la Casa Bianca si è espressa duramente contro i ‟gravi ritardi” del processo politico. Non ci sono grandi sorprese nella compagine governativa. È il frutto dell’instabile compromesso tra i due gruppi che furono perseguitati dalla minoranza sunnita ai tempi di Saddam Hussein: sciiti e curdi. Ma anche della necessità di evitare che i sunniti siano esclusi del tutto. Così, neo ministro della Difesa dovrebbe essere il sunnita Sadun al Duleimi, figlio di una delle grandi tribù che dettano il bello e cattivo tempo nel ‟triangolo maledetto” a ovest di Bagdad, tra Falluja, Ramadi e Tikrit. Un uomo con un compito difficilissimo, che dovrà certo guardarsi le spalle tutto il tempo. I suoi ‟fratelli” tra i gruppi terroristi e il peggio delle cellule islamiche o ex baathiste faranno carte false per fargli la pelle con l’accusa di ‟collaborazionismo” con gli americani. Ne sa qualche cosa il premier uscente, Iyad Allawi. Solo un paio di settimane fa è sfuggito miracolosamente indenne al quinto attentato in pochi mesi. Nonostante che proprio lui avesse posto come condizione inderogabile alla sua partecipazione nel nuovo governo che venissero cooptati anche gli ex baathisti e gli elementi di punta degli apparati di sicurezza della vecchia dittatura. Ora Allawi ha chiesto il dicastero della Difesa. Gli è stato negato: resterà all’opposizione. Il discusso ministero del Petrolio va al curdo Barham Saleh. Uomo di fiducia di un altro curdo importante, Hoshyar Zebari, che viene confermato al dicastero degli Esteri. Un duetto che assieme al neo presidente, Jalal Talabani, si impegnerà a fondo nei prossimi mesi per ottenere il massimo a favore della loro causa: lo Stato federale e l’inclusione nelle zone autonome curde dell’area petrolifera di Kirkuk. Gli sciiti saranno però pronti a dare battaglia in nome del successo ottenuto alle elezioni del 31 gennaio. Controllano 148 deputati e sono decisi più che mai a garantirsi l’egemonia sull’apparato statale contro ogni ipotesi autonomistica troppo accentuata. La prima crisi internazionale è già dietro l’angolo. Per amor del compromesso i vice premier saranno tre ( al posto dei due previsti). Tra loro anche il controverso leader sciita Ahmed Chalabi, che dai primi anni Novanta è tra l’altro ricercato ad Amman per il fallimento dell’istituto di credito ‟Petra” . Di recente il premier giordano, Adnan Badran, aveva fatto sapere di intendere visitare presto il nuovo governo a Bagdad. Ma ora tentenna. Il motivo? ‟Non stringerò mai la mano a un bancarottiere come Chalabi”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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