Il villaggio di Maiwand, nell'Afghanistan meridionale, era stato scelto perché è in una zona relativamente pacifica e sotto il controllo del governo locale - caso raro nella provincia di Kandahar, roccaforte di ribelli e Taleban. Dunque una mattina di aprile un centinaio di addetti del governo afghano, sotto il comando di agenti di sicurezza privati statunitensi, sono arrivati a Maiwand: era il primo giorno della nuova campagna di ‟eradicazione” del papavero da oppio, che proprio in questa stagione comincia la sua bellissima fioritura bianca e rossa. Le cose però non sono andate lisce. I contadini si sono infuriati quando hanno visto gli ‟eradicatori” avvicinarsi ai loro campi. Si sono udite raffiche di armi da fuoco. La giornata è finita con quattro soldati feriti, i contractors americani riparati in una base militare, almeno cinque agricoltori uccisi. Così riferisce un reporter del quotidiano britannico ‟The Independent”, che riporta anche le proteste degli abitanti: infuriati contro gli americani e Kabul, dicono che ‟solo i campi dei poveri vengono distrutti, non quelli dei ricchi”; i ‟signori della guerra” che tengono ben stretti i loro stock di oppio, mentre ‟i poveri, se non pagano tangenti, si vedono distruggere i campi”. L'inaspettata battaglia di Maiwand ha costretto le autorità ad archiviare, almeno per ora, il progetto di sradicare i campi di papavero. Gli Stati uniti però insistono: in dicembre Washington ha messo in bilancio 776 milioni di dollari per un programma anti-narcotici in Afghanistan per il 2005, e punta su un'aggressiva campagna di ‟eradicazione”. Aveva anche progettato di cospargere erbicidi dagli aerei - il roundup, nome commerciale dell'erbicida glifosato prodotto dalla Monsanto (ora in effetti prodotto con altri nomi da altre aziende chimiche). Dopo le proteste del governo Karzai il progetto è sospeso ma il governo Usa non esclude di rispolverarlo per l'anno prossimo.
È un fatto: negli ultimi due anni l'Afdghanistan ha fatto l'80% della produzione mondiale d'oppio, materia prima da cui si produce eroina. Il papavero qui è una vecchia storia, la coltivazione era crollata nell'ultimo anno del regime dei Taleban ma è ripresa subito dopo: ed è in crescita, più 64% nel 2004 rispetto all'anno prima. Rappresenta ormai tra il 40 e il 60% del reddito nazionale, a seconda delle stime. Tanto che l'Onu indica l'oppio come il segno che l'Afghanistan si avvia di diventare un failed state, uno stato fallito (fallito prima di nascere, verrebbe da obiettare...). E però di fronte alla furia eradicatrice del governo Usa il 31 gennaio scorso un gruppo di organizzazioni per lo sviluppo, da Care International a diverse agenzie internazionali di aiuti, hanno indirizzato una lettera allarmata alla segretaria di stato Usa Condoleezza Rice: ‟Una diffusa eradicazione nel 2005 minerà l'economia e sarà devastante per tante famiglie già povere, senza dare tempo ai progetti di sviluppo rurale per creare fonti di reddito alternative”. Non si può criminalizzare chi coltiva il papavero, dicono, se non si offrono alternative vere, sementi, sbocchi di mercato, incentivi - il papavero rende trenta volte più del grano. In regioni intere le famiglie non potrebbero ripagare i debiti, senza i pani d'oppio. Molte Ong obiettano: perché non cominciare la campagna antinarcotici dai trafficanti, quelli che controllano il mercato, i laboratori di raffinazione di eroina, l'export. Qualche trafficante di medio livello è stato arrestato l'anno scorso, ma la vera mafia della droga non ha molto da temere dalla polizia afghana: e con le elezioni parlamentari previste in autunno, il governo vorrà andare a stuzzicarli.
L'ironia è che dati preliminari diffusi il mese scorso dall'Ufficio Onu sulle droghe (Unodc) e dal governo afghano dicono che quest'anno la superfice coltivata è diminuita, e così il raccolto calerà. Forse divieti e incentivi comincino a funzionare. Purché oltre a spendere milioni in campagne di eradicazione (e miliardi in guerra al terrorismo) le forze occidentali investano anche in sviluppo agricolo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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