La coincidenza tra i due episodi è dovuta al caso, evidentemente, ma colpiscono alcune affinità: in un caso come nell’altro, il delitto nasce da ‟futili motivi”, vede come protagonisti giovani e giovanissimi, avviene in realtà segnate da condizioni di grave degrado economico e sociale. Ma c’è un elemento ancora più inquietante: in entrambe le vicende, la condizione di handicappato appare chiaramente, per gli aggressori, un’aggravante. Quella condizione non garantisce in alcun modo una ‟protezione”, non assicura tutele e agevolazioni e, tanto meno, risarcimenti - come ritiene un certo pensiero reazionario, che paventa l’ennesima manifestazione del ‟politicamente corretto” - ma rappresenta, al contrario, un fattore di ulteriore penalizzazione. E di discredito sociale. Insomma, dobbiamo sapere, e non dimenticare, che in molte zone geografiche e culturali del paese essere handicappati è tuttora causa di discriminazione: non solo per ragioni ‟oggettive” (carenza di servizi e di opportunità lavorative, deficit di assistenza e di strutture di recupero: e, dovunque, un mostruoso e onnipervasivo sistema di barriere architettoniche), ma anche per profondi motivi ‟soggettivi”. In altri termini, nella mentalità collettiva e nel senso comune, accanto a diffusi atteggiamenti di accoglienza e sostegno (poco importa se, talvolta, ipocriti o pietistici), persistono e si riproducono sentimenti di ostilità e di rifiuto. Per capirci. Si avvicina l’estate e il calcolo delle probabilità ci dice che, nel corso della stagione, tra una notizia sull’onda anomala di Capalbio e una sul ‟ritorno della bandana” e di Alessia Fabiani in Costa Smeralda, leggeremo di una qualche pensione o di una qualche albergo delle nostre coste che ha rifiutato una ‟comitiva di handicappati”. Leggeteli, quegli articoli, e troverete frasi come: ‟figuriamoci se non li avremmo presi, ma gli altri clienti protestavano...”; oppure: ‟capisce, la gente viene qui per rilassarsi e non era proprio un bello spettacolo”. Testuale (ma proprio testuale). Certo, c’è una ragione anche ‟politica” che spiega tanta barbarie. Quella dei disabili è una condizione che difficilmente si presta a forme di protagonismo collettivo e di mobilitazione sociale. Tra i soggetti deboli delle nostre società, i portatori di handicap sono (insieme ai detenuti) ‟i più deboli” proprio perché - per ragioni immediatamente evidenti - incontrano maggiore difficoltà a darsi strumenti di tutela e di rappresentanza pubblica (se non nelle tradizionali forme delle antiche associazioni ‟di categoria”, oggi solo parzialmente rinnovate). Ne deriva che - in zone periferiche e oscure della società - possa persistere quel sentimento di cui prima si diceva: l’idea che essere handicappato, se non proprio una colpa, è comunque un limite da patire, una debolezza da scontare, uno stigma di cui rispondere. Se questo è stato sempre vero, oggi rischia di esserlo ancora di più: l’handicap, infatti, risulta più visibile - scandalosamente visibile - in una ‟società terapeutica”, e medicalizzata, com’è la nostra, dove il principio della salute a ogni costo (e del fitness a ogni costo quale sua manifestazione iperbolica e dispotica) è diventato legge suprema. Quella legge, in contesti sociali particolarmente degradati, può farsi culto della prestazione e della forza, esaltazione della potenza fisica ed esercizio della prevaricazione. È quanto è successo, probabilmente, nei due episodi di cronaca in questione: ma è quanto succede quotidianamente - in forma implicita e senza spargimento di sangue, ma con altrettanto scialo di dolore - in ambiti a noi più prossimi, dove un ascensore bloccato da mesi può ‟imprigionare” un disabile nella sua cella domestica. La coincidenza tra i due episodi è dovuta al caso, evidentemente, ma colpiscono alcune affinità: in un caso come nell’altro, il delitto nasce da ‟futili motivi”, vede come protagonisti giovani e giovanissimi, avviene in realtà segnate da condizioni di grave degrado economico e sociale. Ma c’è un elemento ancora più inquietante: in entrambe le vicende, la condizione di handicappato appare chiaramente, per gli aggressori, un’aggravante. Quella condizione non garantisce in alcun modo una ‟protezione”, non assicura tutele e agevolazioni e, tanto meno, risarcimenti - come ritiene un certo pensiero reazionario, che paventa l’ennesima manifestazione del ‟politicamente corretto” - ma rappresenta, al contrario, un fattore di ulteriore penalizzazione. E di discredito sociale. Insomma, dobbiamo sapere, e non dimenticare, che in molte zone geografiche e culturali del paese essere handicappati è tuttora causa di discriminazione: non solo per ragioni ‟oggettive” (carenza di servizi e di opportunità lavorative, deficit di assistenza e di strutture di recupero: e, dovunque, un mostruoso e onnipervasivo sistema di barriere architettoniche), ma anche per profondi motivi ‟soggettivi”. In altri termini, nella mentalità collettiva e nel senso comune, accanto a diffusi atteggiamenti di accoglienza e sostegno (poco importa se, talvolta, ipocriti o pietistici), persistono e si riproducono sentimenti di ostilità e di rifiuto. Per capirci. Si avvicina l’estate e il calcolo delle probabilità ci dice che, nel corso della stagione, tra una notizia sull’onda anomala di Capalbio e una sul ‟ritorno della bandana” e di Alessia Fabiani in Costa Smeralda, leggeremo di una qualche pensione o di una qualche albergo delle nostre coste che ha rifiutato una ‟comitiva di handicappati”. Leggeteli, quegli articoli, e troverete frasi come: «figuriamoci se non li avremmo presi, ma gli altri clienti protestavano...»; oppure: «capisce, la gente viene qui per rilassarsi e non era proprio un bello spettacolo». Testuale (ma proprio testuale). Certo, c’è una ragione anche ‟politica” che spiega tanta barbarie. Quella dei disabili è una condizione che difficilmente si presta a forme di protagonismo collettivo e di mobilitazione sociale. Tra i soggetti deboli delle nostre società, i portatori di handicap sono (insieme ai detenuti) ‟i più deboli” proprio perché - per ragioni immediatamente evidenti - incontrano maggiore difficoltà a darsi strumenti di tutela e di rappresentanza pubblica (se non nelle tradizionali forme delle antiche associazioni ‟di categoria”, oggi solo parzialmente rinnovate). Ne deriva che - in zone periferiche e oscure della società - possa persistere quel sentimento di cui prima si diceva: l’idea che essere handicappato, se non proprio una colpa, è comunque un limite da patire, una debolezza da scontare, uno stigma di cui rispondere. Se questo è stato sempre vero, oggi rischia di esserlo ancora di più: l’handicap, infatti, risulta più visibile - scandalosamente visibile - in una ‟società terapeutica”, e medicalizzata, com’è la nostra, dove il principio della salute a ogni costo (e del fitness a ogni costo quale sua manifestazione iperbolica e dispotica) è diventato legge suprema. Quella legge, in contesti sociali particolarmente degradati, può farsi culto della prestazione e della forza, esaltazione della potenza fisica ed esercizio della prevaricazione. È quanto è successo, probabilmente, nei due episodi di cronaca in questione: ma è quanto succede quotidianamente - in forma implicita e senza spargimento di sangue, ma con altrettanto scialo di dolore - in ambiti a noi più prossimi, dove un ascensore bloccato da mesi può ‟imprigionare” un disabile nella sua cella domestica.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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