Alcune centinaia di donne hanno manifestato giorni fa nel centro della capitale afghana Kabul: chiedevano al governo di proteggerle. Nelle ultime due settimane cinque di loro sono state uccise, tre soltanto mercoledì scorso, 4 maggio, nella provincia di Baghlan: ai corpi martoriati era stato attaccato un cartello di ‟ammonimento” alle donne a non lavorare in organizzazioni non governative o con enti occidentali. Le due settimane più letali per le donne dalla caduta del regime dei taleban nel dicembre 2001, dicevano le manifestanti: ‟Vogliamo che il governo persegua i responsabili di questi omicidi”, ha detto Orzala Ashraf, una giovane donna che lavora con Hawca, associazione afghana per l'assistenza umanitaria alle donne e i bambini, uno dei 26 gruppi di donne che hanno partecipato alla protesta (la notizia è riferita dall'agenzia di notizie delle Nazioni unite ‟Irin news”). Il nuovo Afghanistan, con una costituzione che riconosce almeno i diritti fondamentali delle donne, resta un miraggio lontano. Lo ha constatato una delegazione di deputate del parlamento italiano, tornate da una visita in Afghanistan: quattro giorni pieni di incontri che, dicono, hanno lasciato anche la sensazione che nonostante tutte le difficoltà ‟c'è una grande energia, in gran parte proprio delle donne, per cercare di cambiare la società in cui vivono”, commenta Luana Zanella (Verdi). Le deputate, che ieri hanno tenuto una conferenza stampa a Roma, rappresentano tutto l'arco parlamentare, maggioranza e opposizione. Hanno incontrato le candidate al parlamento afghano - le elezioni legislative sono previste per settembre (nonostante sul terreno la situazione sia ancora di conflitto), e la costituzione stabilisce una presenza obbligatoria di almeno due rappresentanti per ciascuna delle 34 province. Hanno visitato la nuova radio al femminile,”Voice of the afghan women” (‟Hanno macchinari rudimentali, chiedono sostegno e cooperazione”, sottolinea Elena Montecchi, Ds). Hanno incontrato la ministra per gli affari femminili Massouda Jalal e la capo della Commissione indipendente per i diritti umani Sima Samar, oltre al presidente Karzai e il re. Hanno visitato scuole, in parte sostenute da fondi (20mila euro) della camera dei deputati italiani (‟Sono due scuole di Kabul, frequentate da 10mila bambine”, fa notare la questore della Camera Paola Manzini: ‟Continueremo a sostenere progetti mirati, perché le promesse abbiano un seguito concreto”).
Tutte ne hanno ricavato la convinzione che istruzione e salute siano i due aspetti della ‟ricostruzione” che incideranno di più sulle donne - basti pensare alla mortalità per parto, al 16 per mille nelle città di Kabul, Herat o Kandahar e assai più alta nelle province. O che tutt'oggi appena il 20% delle bambine (e il 45% dei bambini) va a scuola. Certo, anche l'accesso alla giustizia: il consiglio di villaggio che condanna alla lapidazione la donna considerata adultera è illegale, secondo la legge afghana. Ma nel paese profondo la legge dei clan resta più forte di qualunque diritto. ‟Noi in fondo abbiamo interagito con la piccola èlite delle donne più istruite e attive, - spesso le donne della diaspora che avevano potuto studiare e fare attività pubblica all'estero durante la guerra e il regime dei taleban. Ma è lo strato più alto della società: la maggioranza non ha accesso ai diritti fondamentali, la società afghana resta tribale, un patriarcato feroce”, fa notare Elettra Deiana (Prc). Le candidate: ‟Alcune vengono da quello strato più moderno, altre invece dalle province profonde e hanno una netta percezione della realtà: come quando si sentono dire ‘la parità va bene ma nel rispetto del Corano’. Loro sanno che devono fare i conti con questo, mediare con capi tribù e mullah”.

Il gruppo di contatto delle deputate, formato già durante la guerra afghana nell'autunno del 2001, inviterà una delegazione di elette del nuovo parlamento afghano: per mantenere un ponte. Usano la parola ‟ricostruzione”: al di là della retorica della democrazia ‟esportata”, dicono, ‟non dimentichiamo le donne, i bambini, le persone: quando bambine istruite avranno a che fare con maschi anche loro istruiti, e con uno stato, riusciranno a togliersi il burqa”, il mantello che copre le donne, dice Elena Montecchi. ‟Le donne hanno deciso di usare ogni occasione per occupare spazi nella società, che sia la presenza occidentale con il minimo di sicurezza che offre, le elezioni, le quote in parlamento, la radio”, dice Zanella: ‟e noi vogliamo sostenerle”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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