A molte discussioni intorno al referendum sulla procreazione assistita ben si addice l´espressione "abuso del concetto di vita", che compare come sottotitolo dell´importante libro dedicato da Barbara Duden a Il corpo della donna come luogo pubblico. Il modo in cui si fa riferimento all´embrione e la contesa sul momento d´inizio della vita hanno polarizzato l´attenzione e distorto le analisi. Cancellato ogni riferimento all´autodeterminazione della donna, che pure costituisce un aspetto fondamentale della libertà esistenziale. Allontanate come una bestemmia le parole con le quali la Corte costituzionale, già nel 1975, diede ingresso nel nostro sistema giuridico all´interruzione della gravidanza: ‟non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell´embrione che persona deve ancora diventare”. Incombente la minaccia di una revisione della legge sull´aborto, anche se tenuta per il momento prudentemente sullo sfondo, nel timore che la percezione di questo rischio possa risvegliare quella consapevolezza femminile che, nel 1981, indusse l´88,4% dei votanti a respingere la richiesta di cancellare quella legge.
Per nulla ammaestrati dai danni provocati dalla metafisica dell´embrione al tempo dell´approvazione della legge sulla procreazione assistita, gli avversari del referendum insistono su quella strada. Bisogna dire subito che in questo modo si stravolge la funzione del diritto, si blocca la possibilità di un dibattito pubblico che possa produrre regole largamente condivise e, prigionieri di logiche totalizzanti, si impedisce pure una analisi che individui i casi specifici in cui si pone seriamente un problema di tutela dell´embrione.
La norma della legge sulla procreazione che meglio ne rivela la natura puramente ideologica è quella che impone alla donna l´obbligo di farsi impiantare gli embrioni creati su sua richiesta. Un obbligo del genere contraddice un principio fondamentale della civiltà giuridica: ‟nemo ad factum cogi potest”, nessuno può essere costretto a fare qualcosa contro la sua volontà, principio particolarmente rilevante quando è in questione il corpo, dunque la stessa libertà personale. Neppure la legge, infatti, può imporre sempre trattamenti sanitari obbligatori. L´articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: ‟la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Al di là del freddo contenuto delle norme giuridiche, l´assurdità della norma si impone appena si prova a calarla nella realtà. Che cosa si dovrebbe fare nel caso di rifiuto della donna? Acciuffarla, narcotizzarla e impiantarle gli embrioni? L´improponibilità di questa ipotesi ha indotto anche parlamentari che hanno votato la legge a sostenere che, proprio perché si tratta di una norma inapplicabile, non è il caso di scaldarsi troppo. No. Quella norma, comunque, dà evidenza all´ideologia che sostiene l´intera legge: una dittatura dell´embrione che, considerato persona, azzera il rispetto dovuto alla persona della donna; e la considerazione del corpo della donna come puro contenitore, davvero "luogo pubblico" che il legislatore vuole frequentare senza limiti.
Ma qui si coglie subito un´altra contraddizione, una paurosa asimmetria legislativa Con un´altra mossa ideologica, l´articolo 1 della legge afferma che sono assicurati ‟i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il nascituro”. Abbiamo appena, invece, visto il totale sacrificio dei diritti della donna. E, nel momento il cui lo si equipara ad ogni altro soggetto, il concepito svela subito l´impossibilità di questa parificazione. L´embrione non ha il "diritto" di diventare persona, non ha di fronte a sé quel percorso lineare che una assurda biologizzazione del dibattito ci propone, in un irresistibile processo che dal momento dell´incontro dei gameti porterebbe alla nascita di un individuo.
Questo, invece, è un percorso controverso, perché la maggioranza degli scienziati colloca l´individuazione del sorgere di una vita autonoma al di là del momento del concepimento: un dato al quale il diritto non può sovrapporre, con una mossa autoritaria, un modo non condiviso d´intendere la vita e la nascita dell´individualità. E, soprattutto, è un percorso che non si svolge all´insegna dell´autonomia perché, per divenire individuo, l´embrione ha bisogno dell´accoglienza in un corpo di donna. Questo non è mai un esito scontato. La sua vita dipende dall´accettazione che ne fa un´altra vita. È costretta a riconoscerlo anche la legge n. 40 che, a parte il caso del rifiuto, prevede la possibilità che l´impianto non avvenga a causa dello stato di salute della donna, che può costituire anche un ostacolo permanente.
Il diritto impone prove dure, non superabili con artifici dialettici o professioni di fede. Queste ultime sono certamente legittime, ma non sono traducibili nelle parole della legge. Non solo perché il diritto rischia così d´essere degradato a strumento di un´etica. Soprattutto perché mostra l´impossibilità di un discorso coerente che prenda le mosse dall´asserita considerazione dell´embrione come persona.
Si dice che, qui più che altrove, sono indispensabili valori forti. La natura, troppe volte abusivamente invocata in queste discussioni, avrebbe non solo orrore del vuoto, ma pure del tremendo relativismo. Sorprende, però, la mancanza di memoria di tante terribili esperienze nate proprio dalla volontà d´imporre un´etica e un´idea di vita. E poi i valori imposti da questa legge tanto forti non devono essere, se già è nato un turismo procreativo che, aggirandola, non solo delegittima clamorosamente il legislatore, ma è una prova concreta del fatto che siamo di fronte ad una ideologia che ha già disgregato il sentire di una comunità alla quale vorrebbe offrire più solido fondamento.
Lascio da parte l´abuso di un altro termine, "eugenetica", con l´evocazione terroristica di tragedie che nulla hanno a che vedere con forme più avanzate di prevenzione e cura, nelle quali si esprime un bisogno individuale di salute, non già un progetto sociale di pianificazione degli individui. Se davvero si è preoccupati delle conseguenze sociali della genetica, suggerirei di rivolgere piuttosto lo sguardo ai gravi rischi di violazione dell´eguaglianza legati ad usi impropri dei dati genetici da parte di datori di lavoro, assicuratori, polizia. Una società castale può silenziosamente nascere all´ombra della discriminazione genetica.
Dobbiamo liberarci di una discussione sull´embrione prigioniera del timore di un far west procreativo in parte già superato da sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione che avevano escluso la possibilità di proporre l´azione di disconoscimento della paternità da parte dell´uomo che aveva dato il consenso alla fecondazione della sua compagna con il seme di un donatore; in parte regolabile con il riconoscimento di un diritto a conoscere le proprie origini genetiche (anche se si tratta di materia da maneggiare con grande cautela); in gran parte eliminabile con una buona regolamentazione dei centri di riproduzione assistita (a proposito, su questo punto il ministero della Salute è ancora inadempiente).
Non è vero che, senza questa legge, l´embrione retrocederebbe a "cosa". Un divieto di commercializzazione è imposto da norme interne e internazionali. I limiti alla sperimentazione sono previsti dalla Convenzione sulla biomedicina, ratificata dall´Italia. Esistono diritti di chi ha contribuito alla sua creazione con il proprio materiale genetico. Regole differenziate sono possibili in relazione al fatto che l´embrione sia in vitro, congelato, impiantato. Una impostazione ideologica ha impedito l´analisi di questi diversi contesti. Imponendo regole fondate su una sua controversa natura, si è bloccata la strada verso un serio e condiviso "statuto dell´embrione". È tempo di riprendere questo più ragionevole cammino.
Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà (1933-2017) è stato professore emerito di Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in molte università straniere ed è stato parlamentare in Italia e in Europa. È stato presidente del Garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo dei Garanti per la privacy, ha fatto parte del Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tra le sue opere recenti: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, nuova ed. 1990), Tecnologie e diritti (il Mulino, 1995), Libertà e diritti in Italia dall’Unità ai giorni nostri (Donzelli, 1997), Repertorio di fine secolo (Laterza, nuova ed. 1999), Tecnopolitica (Laterza, nuova ed. 2004), Le fonti di integrazione del contratto (Giuffrè, nuova ed. 2004), Intervista su privacy e libertà (Laterza, 2005), Perché laico (Laterza, 2009), Che cos’è il corpo? (Luca Sossella Editore, 2010), Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011 (Donzelli, 2011), Elogio del moralismo (Laterza, 2011), Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012), La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (2006) e ha scritto la prefazione a La società sorvegliata (2002) di David Lyon e a La fecondazione proibita (2004) di Chiara Valentini.

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