Per una volta, che sia ‟promemoria per la destra”, a partire da una interessante notizia di pochi giorni fa. Un lancio dell'Ansa del 12 maggio ci informa di come in Malaysia - in Malaysia! - il governo - quel governo! - stia finalmente prendendo sul serio il problema dell'affollamento delle carceri. Il ministro dell'Interno, Noh Omar, ha dichiarato alle agenzie di stampa che sono allo studio misure alternative alla detenzione, al fine di contenere la crescita esponenziale del numero dei detenuti.
Viene subito da pensare all'Italia, alla situazione dei nostri istituti di pena, alle morti per suicidio consumatesi in questi mesi, in strutture dove il numero dei reclusi eccede (spesso, in misura rilevantissima) la capienza massima prevista. Certo, ci si potrebbe accusare di riprodurre un vecchio vizio del giornalismo nazionale: quello di proporre notizie del genere esclusivamente in chiave ‟comparativo-autodenigratoria”. Insomma, il senso del ragionamento sarebbe inequivocabile: ‟persino il governo della Malaysia prende provvedimenti contro l'affollamento delle carceri, mentre quello italiano...”. E in quel ‟persino”, inutile negarlo, si annida una retorica intesa a misurare lo scandalo della nostra arretratezza solo sul metro di una comparazione con le politiche di un paese del terzo mondo. Nello stesso modo, d'altro canto, vengono presentati altri dati: ad esempio, quelli di Transparency, un'agenzia che misura ogni anno il grado di percezione della corruzione, stato per stato, e che ci ricorda come, negli ultimi tempi, l'Italia risulta sopravanzata da paesi quali Botswana e Namibia. Ebbene, almeno in questo caso, la nostra non è una manifestazione di disfattismo anti-italiano: il ‟modello malaysiano”, infatti, risulta - se appena appena lo si approfondisce - non esattamente il più desiderabile. Anche se... Anche se...
Detta in soldoni, si tratta - secondo il ministro dell'Interno di quel paese - di aumentare le pene come la flagellazione e diminuire il ricorso alla detenzione. Facile, lineare, risolutivo. Si rispetta il principio della sanzione, quello della dissuasione (capperi, le scudisciate fanno male!) e si evita di stipare altri cittadini in strutture fatiscenti e affollate. Certo, c'è il rischio che un rapporto di Amnesty International denunci la violazione dei diritti umani: ma avete mai provato a chiedere a un detenuto se preferisca qualche frustata sul groppone o più anni di galera?
Si può eccepire, ovviamente, che le pene corporali costituiscano un sistema barbaro, che sembra escludere qualunque finalità ‟rieducativa” e qualunque funzione ‟retributiva”: ma è davvero opportuno ricorrere a ragionamenti tanto complessi e, diciamocelo, inconcludenti, dinanzi all'urgenza di un problema concreto, che diventa, giorno dopo giorno, più drammatico? Le carceri sono sovraffollate, questo è incontestabile, e il governo italiano non sa che pesci prendere, incapace com'è di utilizzare i mezzi a disposizione e di elaborarne di nuovi. Dunque, non è proprio il caso di fare gli schizzinosi.
Prendiamo le misure alternative, così come le abbiamo conosciute sin qui in Italia: affidamento, semilibertà, detenzione domiciliare, libertà vigilata, sanzioni sostitutive. Su oltre 50.000 persone che attualmente si trovano in quella condizione, appena lo 0.21% - ricordiamo noi - commette reati che determinano la revoca di quei benefici: una percentuale insignificante, ma se l'intera questione carceraria viene ridotta al ‟caso Izzo”, e intorno a esso si mobilitano sentimenti ostili e domande politiche, umori cupi e campagne d'ordine, beh, allora, è fatale che il ‟modello Malaysia” appaia una soluzione. E potrebbe apparire ancora più risolutivo il ‟modello-impiccaggione”: si risparmierebbero, oltre tutto, le spese del vitto. Last but not least: è di due giorni fa l'allarme del ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, secondo il quale, nelle nostre città, il 50% dei reati è commesso da ‟immigrati clandestini”. (Le cose stanno diversamente, diciamo ancora noi: una parte degli stranieri ‟delinquono” con maggior frequenza degli italiani non solo per evidenti ragioni economiche, sociali e ambientali, ma perché poco o nulla tutelati e perché scontano difficoltà linguistiche e di comunicazione, scarsa conoscenza del sistema giuridico e, soprattutto, minori o inesistenti garanzie di difesa. Basti pensare al ricorso alla custodia cautelare: tra gli stranieri, il 60% è composto da detenuti in attesa di giudizio, mentre tra gli italiani il dato scende al di sotto del 40%. E si registrano notevoli disparità anche nei dati relativi a denunce e condanne: la percentuale di stranieri sul totale delle popolazione detenuta è, infatti, molto più elevata di quella degli stranieri che subiscono una condanna. Infine, a parità di imputazione o di condanna, la permanenza in carcere degli stranieri è mediamente assai più lunga di quella degli italiani, sia in fase di custodia cautelare che dopo la sentenza).
Bene, il ‟modello Malaysia” potrebbe adattarsi benissimo a quegli immigrati che, evidentemente, non sembrano scoraggiati dalla prospettiva di un lungo periodo di reclusione nelle nostre galere. Ettecredo: se è vero che le carceri italiane sono ‟hotel a quattro stelle” (Roberto Castelli, ministro della Giustizia), è ben comprensibile che si preferisca un pasto da gourmet e un letto confortevole ai disagi di una vita sui marciapiedi di una stazione ferroviaria. E si può addirittura immaginare che gli stranieri possano comprendere molto meglio un tale tipo di sanzioni, che fanno parte del costume e, come dire?, del ‟clima penale” dei loro paesi d'origine, più del peloso garantismo in cui si sbrodola la nostra cultura giuridica. Certo, è possibile che una parte dell'opinione pubblica italiana si dimostri contraria a soluzioni di questo genere; ma non è mica necessario ricorrere alla flagellazione in senso letterale: e addirittura chiamarla col proprio nome. ‟Flagellazione” ha qualcosa di truculento e medievale, che può disturbare. Meglio utilizzare formule come: ‟sanzioni fisiche alternative”, ‟pratiche corporali dissuasive”, ‟prassi penali dirette”. Sono tutte espressioni che richiamano, a ben vedere, quel sacrosanto ‟ceffone”, che la cultura giuridica anglosassone riteneva - fino a qualche anno fa - prerogativa della buona pedagogia familiare ed espressione di sollecitudine genitoriale.
Dunque, ci vuole poco: un po' di creatività letteraria nella classificazione delle sanzioni e, poi, braccia ben salde e ben robuste da destinare alla bisogna: perché, a flagellare, non sono buoni tutti. Insomma, per capirci, non è esattamente uno sport per signorine.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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