Stallo. Dopo il rincorrersi delle speranze e l’ottimismo degli ultimi giorni, arriva adesso la notizia che i negoziati con la banda dei rapitori di Clementina Cantoni sono in difficoltà. ‟Siamo in un momento di attesa. Avevamo sperato si potesse arrivare molto presto alla liberazione. Ma ora è chiaro che ci vorrà ancora qualche tempo”, affermavano ieri sera fonti direttamente coinvolte nella trattativa. Quanto tempo? ‟Difficile dire. La situazione è in stallo. Potrebbero servire ancora alcune settimane”, rispondono cauti. Una doccia fredda. Lunedì 16 maggio sembrava che la cosa potesse risolversi rapidamente. Erano trascorse poche ore dal rapimento dell’operatrice umanitaria italiana e già Timor Shah, il 26enne con un passato talebano e considerato tutt’ora capo dei sequestratori, usava il telefonino di Clementina per dettare le sue condizioni. ‟Allora pensammo ciò preludesse a un veloce epilogo. Guardavamo agli scenari iracheni, dove il problema maggiore è sempre stato instaurare il primo contatto con i sequestratori. Ora capiamo che in questo caso non è così”. Un quadro di difficoltà, crescenti violenze e incertezze politiche che ha spinto ieri il ministro della Difesa, Antonio Martino, a sostenere da Bruxelles che ‟nel medio termine” l’Afghanistan appare messo peggio dell’Iraq. ‟La situazione in Iraq ha uno sbocco positivo prevedibile, mentre in Afghanistan è fortemente preoccupante”, ha dichiarato al margine della riunione del Consiglio europeo della Difesa. Lo proverebbero anche gli intoppi sulla via per porre fine al calvario dell’italiana. Tanto che gli stessi negoziatori ieri tendevano a privilegiare le azioni volte a influenzare l’opinione pubblica piuttosto che i contatti diretti con i rapitori. Dopo la decisione tre giorni fa da parte di Care International ( l’organizzazione non governativa per cui lavora Clementina) di distribuire oltre 3.200 volantini con la foto della ragazza e una sintesi della sua opera a beneficio di ‟20.000 vedove di guerra e 50.000 orfani”, oggi le agenzie di telefonia locali invieranno un sms a tutti i loro abbonati. ‟Se avete informazioni telefonate allo 020 2200159. Per favore, aiutate Clementina”, si legge riprendendo l’appello di Care. ‟Il messaggio tende a isolare i rapitori socialmente, politicamente e culturalmente. L’opinione pubblica afghana è contraria a fatti criminosi di questo tipo, vogliamo mobilitarla”, sostengono gli ideatori dell’iniziativa. Qui non si dimentica che gli sms che invitavano a votare contribuirono al successo delle elezioni presidenziali lo scorso 9 ottobre. A Kabul le autorità afghane, coadiuvate dal contingente internazionale e in prima linea dai servizi di intelligence italiani, conoscono la zona da dove vengono effettuate le telefonate dei sequestratori. ‟È un quartiere sud orientale della capitale. Qualche portavoce afghano ha erroneamente detto che era stato individuato il covo. Non è vero. Abbiamo identificato il quartiere, non l’edificio specifico”. E in ogni caso servirebbe a poco. Timor Shah, e coloro tra i suoi complici che occasionalmente contrattano per telefono, non si trovano nello stesso luogo in cui è trattenuto l’ostaggio. Dunque un blitz ne metterebbe inutilmente a repentaglio la vita. ‟In questo momento l’ipotesi del blitz appare talmente remota da poter affermare che viene esclusa a priori”, sostengono gli italiani. Tra le forze della coalizione internazionale è ben presente ciò che accadde l’autunno scorso, quando vennero rapiti tre funzionari delle Nazioni Unite a Kabul. ‟Dopo qualche giorno i servizi di sicurezza afghani fecero irruzione in una palazzina dove si riteneva fosse il covo. Le loro informazioni erano quasi corrette. Peccato che gli ostaggi fossero nascosti in un’abitazione distante circa 200 metri. In quel caso rischiarono seriamente la vita”, rivelano fonti Onu. Per due volte inoltre gli 007 afghani hanno fatto sentire ai colleghi italiani la registrazione di una telefonata con la voce di Valentina. ‟Tutto lascia credere che sia ancora viva”, aggiungono le fonti. Non è chiaro se sia ferita. Come del resto non è chiaro quali siano le vere richieste dei rapitori: ‟Nel corso di una settimana sono cambiate più volte. L’impressione è che non si sia ancora entrato nel merito della trattativa. Sino ad ora si sono limitati a tastare il terreno per capire sino a dove possono spingere le loro condizioni”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>