Le prime, indimenticabili immagini del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini mostravano i primi piani di Giuseppe e Maria, dopo l’annuncio dell’”immacolata” fecondazione. Difficile trovare le parole per descrivere quel dialogo muto di sguardi, una complessità psicologica pari forse a quella racchiusa dalla parola «fede», oggi così irriflessa e fatua nell’uso e abuso che se ne compie. Uno dei più intensi e sottili pensatori cattolici, Michel De Certeau, titolò Lo straniero un libro su Cristo, e certo questa metafora (se di metafora si tratta) attraversa l’intera tradizione cristiana. Viene anche in mente lo scalpore che diede vent’anni fa il film Je vous salue Marie di Jean-Luc Godard, un’altra lettura della storia della Madonna e dell’Annunciazione, dove l’arcangelo era uno straniero un po’ losco. Allo scandalo (come per Pasolini) subentrarono i premi attribuiti da giurie religiose. Ho pensato tutto questo dopo aver letto con sconcerto la lettera che Mariapia Garavaglia, vice-sindaco di Roma, ha indirizzato al direttore del ‟Foglio” (11 maggio) contro la fecondazione eterologa e chi ne difende la possibilità. Soprattutto contro il presunto disprezzo per la fede cattolica da parte di chi ha identificato nell’icona dell’Annunciazione il dire ‟sì” di Maria a una ‟fecondazione eterologa”.
Confesso, non vedo in questo né scherno né offesa. Ma l’accostamento tra Maria e la fecondazione eterologa mi pare un modo comunicativo di rendere conto del mistero dell’alterità propria a ogni fede. Altra cosa, certo, è il travaglio che segue nella carne della donna: un mistero della misericordia, soprattutto se ricordiamo che nella lingua ebraica ‟misericordia” (Rakhamin) non riguarda il cuore, ma l’utero (Rekhem), e dice l’emozione delle viscere materne (v. Geremia, 31. 20).
L’eterologia non offende tabù religiosi, quanto il fondamento platonico della nostra cultura, che vuole a tutti i costi riconoscere il ‟padre”, controllare le identità e le geneaologie, fissare i destini. Il divieto alla ‟fecondazione eterologa” è coerente con l’ossessione normativa e identitaria della chiusura su di sé, della xenofobia e dell’omologazione (ora anche sessuale). Non è per laicismo che va difeso lo straniero e il ricorso (anche) alla fecondazione eterologa. Forse è anzi addirittura per un’estensione della fede, che è qualcosa di più grande e complesso della difesa di un tabù. Altrimenti, come ha scritto il filosofo Emanuele Severino, si dovrebbero negare anche i figli dell’adulterio e della fornicazione.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

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