C’è davvero il pericolo che Clementina Cantoni sia venduta ad altri gruppi criminali o fondamentalisti? ‟Molto remoto. L’Afghanistan non è l’Iraq. Al momento non esiste un vero mercato degli ostaggi. Per esempio non ci sono prove che qualcuno abbia cercato di comprare i 3 funzionari dell’Onu rapiti e poi liberati l’autunno scorso”, rispondono a maggioranza i commentatori a Kabul. La notizia può essere rassicurante. Ma non troppo. Perché costringe a dover fare i conti sino in fondo con la banda che il 16 maggio rapì l’operatrice umanitaria italiana nel cuore della capitale. Una banda il cui profilo si fa sempre più criminale e meno talebano. Più banditacci di strada che fanatici dell’integralismo islamico. Gente senza scrupoli che vuole soldi, tanti soldi, oltre alla liberazione dei complici in carcere. Ma cambia parere ogni giorno, alza il prezzo, gioca coi media. E ciò potrebbe aiutare a spiegare il continuo flusso di informazioni contraddittorie, il susseguirsi di speranze e delusioni, che accompagna il negoziato sin dalle sue prime battute. Ancora l’altra sera la liberazione di Clementina sembrava una questione di poche ore. Salvo ieri nel pomeriggio tornare indistinta tra le generiche dichiarazioni di ottimismo pronunciate dal portavoce del ministero dell’Interno, Lutfullah Mashal. E le rassicurazioni del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi: ‟Ho sentito anche oggi il sottosegretario Letta al riguardo. Ci stanno lavorando in molti e siamo fiduciosi”. Troppo poco per chi si attendeva l’annuncio della liberazione della 32enne volontaria di ‟Care International”. Invece una sola notizia concreta: l’ultima volta che i negoziatori hanno sentito direttamente per telefono la voce di Clementina è stato sabato 21 maggio. Da allora occorre accontentarsi delle scarse informazioni fornite quasi quotidianamente dai rapitori. Ieri sera sono tornati a telefonare a Tolo Tv, l’emittente privata che avevano contattato già una settimana fa, rivolgendosi al personale dell’ambasciata italiana a Kabul: ‟Dovete velocizzare il processo di liberazione e accettare subito le nostre richieste”. Con l’aggiunta di un particolare importante: il loro capo, Timor Shah, ammette pubblicamente di aver cercato di rapire un cittadino americano due mesi fa. Sequestro poi andato male, visto che l’americano riuscì a fuggire dal baule dell’auto in corsa. L’attenzione resta così concentrata sulla figura di Timor Shah. Di lui abbiamo parlato ieri con il figlio di Haji Abdul Jem, capo di Janan, il villaggio natale del bandito. ‟Timor Shah è un tipo violento, imprevedibile, non si ferma di fronte a nulla. Non ha valori, né religione. Per noi tutti è diventato una maledizione”, ha detto al ‟Corriere” . Il padre sessantenne è morto di infarto dopo aver saputo del sequestro di Clementina. ‟La madre, ora in cella, era la cassiera della banda. Ma il padre non ha retto alla vergogna”, dicono i vicini. Un’onta collettiva. Tanto che una decina di componenti della loro famiglia, appena tornata dopo 13 anni di esilio in Pakistan, sono già ripartiti per il loro vecchio campo profughi. Sembra li abbia colpiti in particolare la vicenda di Gulshirin, una complice del bandito che si travestiva da prostituta, attirava i taxisti nella sua abitazione per assassinarli e derubarli. Il trucco avrebbe funzionato quasi 30 volte. E ora i famigliari delle vittime chiedono vendetta. Quelli di Afis Zadran, figlio di un ricco clan di Kabul rapito da Timor Shah e trovato morto dopo 34 giorni in fondo a un pozzo, offrono una taglia di quasi 200.000 dollari a chi lo prenderà, ‟meglio se morto”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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