Segni di distensione sul confine più militarizzato dell'Asia meridionale, quello che separa la valle del Kashmir (sotto sovranità indiana) dalla parte di Kashmir sotto controllo pakistano. Giovedì una delegazione di dirigenti separatisti ha viaggiato dal Kashmir indiano a quello pakistano, con la benedizione dei governi di Delhi e Islamabad, per una visita dedicata a consultazioni politiche. È la prima visita così solenne da quando, negli anni `90, è cominciata una guerriglia separatista nella regione contesa dalle due potenze nucleari dell'Asia meridionale - con una spirale di lutti, repressione da un lato, intervento di jihadi dall'altro... A rendere più simbolico l'evento, i leader kashmiri - che rappresentano le fazioni più moderate, favorevoli a soluzioni politiche - hanno viaggiato via terra, con il nuovo autobus che da appena due mesi ha ripreso il collegamento tra il territorio indiano e quello pakistano in Kashmir: la strada Srinagar-Muzaffarabad era rimasta chiusa quasi 60 anni, minata, tagliata dalla linea del fronte. La disputa del Kashmir è un'eredità della storia (la separazione tra India e Pakistan nel 1947), una questione di orgoglio nazionale e forse di identità (i kashmiri si sono sempre sentiti ‟a parte” sia dall'India che dal Pakistan), un banco di prova della democrazia (i diritti delle minoranze e l'autonomia delle province nella grande India multiculturale), il tutto a volte complicato da appelli alla guerra di religione. Ma insieme a questo c'è un altro elemento, strategico: l'acqua. La competizione per la provincia sulle alture dell'Himalaya è anche la competizione per una risorsa naturale vitale. Nella provincia del Kashmir (per la precisione: Jammu e Kashmir, che include il Ladakh) nascono l'Indo e alcuni dei suoi principali affluenti, che scendono scorrendo da est a ovest (dal territorio indiano a quello pakistano). Chi controlla il Kashmir controlla la quantità d'acqua che scende a valle. Senza i cinque affluenti che solcano il Punjab (‟terra dei cinque fiumi”), questa regione non sarebbe il granaio dell'India e anche quello del Pakistan. Entrambe le nazioni hanno bisogno di quell'acqua, ma forse il Pakistan è più vulnerabile: l'80 per cento delle sue terre agricole dipendono dall'irrigazione, non solo il Punjab ma anche il Sindh, più a valle. Per il Pakistan, l'Indo è altrettanto importante del Nilo in Egitto. Firmato nel 1960, un trattato regola la suddivisione di quest'acqua tra India e Pakistan. Il Trattato della Acque dell'Indo assegna al Pakistan il 56% dell'acqua portata dal bacino del fiume, all'India il resto. In particolare, l'India ha diritto sui fiumi Ravi, Sutlej e Beas; il Pakistan sull'Indo stesso, il Chenab e il Jhelum (sono i fiumi che traversano il Punjab). Il trattato prevede il diritto di entrambi a costruire canali per irrigazione e dighe idroelettriche, purché senza modificare in modo permanente il flusso dell'acqua. Il Indus Water Treaty è sopravvissuto a almeno due guerre dichiarate, una non dichiarata, e anni di conflitto ‟a bassa intensità” attraverso il confine del Kashmir. E però da entrambe le parti ormai il bisogno d'acqua aumenta, non solo per l'agricoltura o il consumo ma per produrre elettricità. Così ogni nuova diga è guardata con sospetto... La diga di Baglihar, ad esempio, che l'India sta costruendo sul fiume Chenab. È un'opera da 92 milioni di dollari di cui due terzi sono già stati spesi: giorni fa il chief minister di Jammu e Kashmir, Mufti Mohammad Sayeed, l'ha definita ‟ancora di salvezza” per la sua provincia, che ha bisogno dei suoi futuri 900 megawatt di elettricità per garantirsi l'autosufficienza energetica. Il Pakistan però la considera una minaccia, accusa l'India di violare il Trattato. Così ha chiesto un arbitraggio alla Banca Mondiale, che l'11 maggio scorso ha incaricato l'ingegnere svizzero Raymond Lafitte di cercare una mediazione. Ai termini del Trattato dell'Indo, il suo parere sarà finale e vincolante. Se funzionerà, si può sperare in altre missioni pacifiche, lungo la strada che scende da Srinagar a Muzaffarabad lungo le gole del Jhelum.
Danilo Zolo

Danilo Zolo

Danilo Zolo ha insegnato Filosofia del diritto e Filosofia del diritto internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Firenze. È stato Visiting Fellow in numerose università inglesi e statunitensi e nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Nuffield College di Oxford. Ha tenuto corsi di lezioni in Argentina, Brasile, Messico e Colombia. Nel 2001 ha fondato la rivista elettronica internazionale “Jura Gentium”. Fra i suoi scritti: Reflexive Epistemology (Kluwer, 1989); Democracy and Complexity (Polity Press, 1992); I signori della pace (Carocci, 1998); Invoking Humanity: War, Law and Global Order (Continuum, 2002); Globalizzazione. Una mappa dei problemi (Laterza,); La giustizia dei vincitori (Laterza, 2006). Per Feltrinelli ha pubblicato: Scienza e politica in Otto Neurath (1986); Il principato democratico (1992); Cosmopolis (1995); Lo Stato di diritto (con Pietro Costa; 2002); L’alternativa mediterranea (con Franco Cassano; 2007); L’alito della libertà. Su Bobbio (2008) e Sulla paura (2011).

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