Negli anni Sessanta, Pietro Nenni qualificava il suo impegno nel governo di centro sinistra come politique d’abord. Un’espressione che, nella sua essenza antiretorica, segnava una netta distanza non solo dalle illusorie palingenesi veteromarxiste ma anche dal riformismo ideologico dell’ala radicale del partito socialista. Nella rivoluzione che ha scosso gli assetti giuridici e azionari del sistema bancario italiano a partire dal 1993, il governatore Antonio Fazio si è trovato spesso a inseguire gli avvenimenti più o meno come il vecchio autodidatta socialista. Alle prese con problemi e avvenimenti sconosciuti a quella che era stata fino ad allora la ‟foresta pietrificata”, la Banca d’Italia talvolta ha tagliato la strada alle banche estere che volevano acquistare banche italiane, altre volte ha dato via libera. In certe occasione ha fermato tutto perché l’Opa veniva considerata ostile dai soci eccellenti, in altre non ha fatto problemi. I corifei del Governatore hanno teorizzato, lui ha preferito farsi scudo della norma e del suo potere di interpretarne lo spirito e la lettera. Ma ora, con le scalate a Bnl e Antonveneta, i nodi vengono al pettine. Nel momento in cui la banca centrale viene addirittura citata in giudizio, Fazio capisce che la moral suasion non basta più. Ci vogliono nuove truppe per difendere la bandiera. E così, nelle considerazioni finali, lamenta che le assicurazioni abbiano solo il 4,7% del capitale dei primi quattro gruppi bancari nazionali, quando nelle banche europee ben altro è il loro peso. E’una svolta. In passato, Fazio non si fidava delle compagnie al vertice delle banche. Alla fine degli anni Novanta, aveva bloccato la conquista di Bnl e Banco di Napoli a opera dell’Ina, allora presieduta da un ex banchiere come Sergio Siglienti. E due anni fa ha autorizzato, se non addirittura incoraggiato, la scalata delle banche alle Assicurazioni Generali. Le stesse Generali che, in precedenza, erano state invitate a entrare nel sindacato azionario di Bnl ma al mero scopo di far da contraltare agli spagnoli del Bilbao. Ora, invece, le assicurazioni ‟devono” contare di più. Ma quanto di più? Fazio spiega la svolta con la constatazione di un fatto noto: « Le assicurazioni hanno orizzonti di investimento di lungo periodo » . La verità è che c’è una compagnia, l’Unipol, che intende contrastare il Bilbao in Bnl. E questo, oggi, va bene alla Vigilanza. Più in generale, il sistema assicurativo italiano non fa più capo quasi per intero a Mediobanca - a una Mediobanca autocraticamente guidata da un Cuccia o un Maranghi - ma a una pluralità di soggetti. E questo fa sì che un più stretto rapporto azionario tra assicurazioni e banche non possa metter capo a un centro di potere unico. Le assicurazioni diventano così il secondo pilastro di un sistema di investitori istituzionali che può già contare sulle Fondazioni e che, domani, potrà avere anche i fondi pensione. Ma le compagnie non sono solo investitori istituzionali. Sono anche imprese finanziarie alle quali non si applica il limite del 15% fissato dalla legge alle partecipazioni bancarie di imprese non finanziarie. Finora le compagnie hanno fondato banche domestiche: Banca Generali, Banca Mediolanum. Fin dove potranno spingersi domani? Non è una questione da poco. Le assicurazioni, infatti, operano con i soldi degli altri: esattamente come le banche. Le migliori dedicano alle partecipazioni solo il free capital. Le più spericolate reinvestono i denari dei depositanti e degli assicurati. E quando i tassi sono così modesti, le tentazioni serpeggiano. Chi vigilerà? La suddivisione dei poteri tra Banca d’Italia e Isvap, che è uno dei capitoli dell’ormai esangue riforma delle tutele del risparmio ferma in Parlamento, acquisisce un nuovo spessore. Effetti della politique d’abord.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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