Il "no" francese non è un no all´Europa! All´indomani del voto referendario la Francia sembra profondamente divisa; ma non è irrimediabilmente divisa. La buona notizia è che sommando i "no" filoeuropei con i "sì" dei dubbiosi si ha una netta maggioranza di cittadini desiderosi di rimettere l´Europa sulla via del progresso riformando le sue istituzioni. Una parte importante dei francesi, nonostante il voto negativo che ha espresso, sogna in effetti un´Europa diversa da quella promessa dal progetto di Trattato costituzionale. Un´Europa dall´avvenire meno oscuro, ove le popolazioni possano contare di più grazie alla mediazione d´un funzionamento più democratico delle sue istituzioni. Di fatto, su questo punto molti dei sostenitori del "sì" - gli scettici, i rassegnati, i "sì" di lotta o in funzione di leva ecc. - sono molto vicini agli europeisti del "no". E in questa dimensione, sarà molto più facile di quanto oggi si dica rimettere insieme i pezzi.
Se i "sì di movimento" non hanno rivelato chiaramente, durante la campagna, l´esistenza di questo "piano U" (U come unità), è perché sarebbe stato molto più difficile invitare gli elettori a votare per un testo nel momento stesso in cui si sottolineavano le sue imperfezioni. C´era l´insidia della III parte, di cui s´è detto che abbia semplicemente "ripreso i testi esistenti". Ma al tempo stesso quelle disposizioni (già applicate, e quindi sperimentate) erano oggetto di numerose critiche da parte degli stessi governi, in particolare in Germania, in Italia e in Francia. Non era quindi ragionevole chiedere solennemente ai popoli di riapprovare questi testi (o di sancirli per la prima volta), mentre gli stessi Stati già pensavano di rinegoziarne i termini, una volta ratificato il Trattato. E ancor meno ragionevole è stato volerli elevare alla dignità costituzionale, pur ritenendoli di fatto indegni. I dubbi interni allo schieramento del "sì" hanno pregiudicato la credibilità della sua campagna. Perché delle due l´una: o l´inclusione di quella terza parte era una condizione essenziale per l´assenso di alcuni Paesi – e in tal caso la sua modifica diveniva quanto mai improbabile; o non lo era, e allora ci sarebbe da stupirsi della leggerezza con cui è stata inclusa. La mancanza di chiarezza del discorso, l´opacità della costruzione europea, emersa in piena evidenza nello spazio pubblico, hanno pesato logicamente soprattutto per l´elettorato di sinistra, più sensibile all´esigenza della protezione sociale. Ma il deficit di democraticità ha avuto il suo peso anche a destra. Come si fa a chiamare al voto gli elettori, e sostenere al tempo stesso con forza che in realtà la scelta da fare è una sola? Che i migliori di noi, al di là degli schieramenti politici, hanno già scelto al posto nostro? E che ogni altra opzione sarebbe stata contro l´Europa, contro la Francia?
In filigrana, quest´arroganza lasciava intravedere il disprezzo. Alcuni sondaggi hanno "mostrato" a esempio che il voto si poteva indicizzare sul livello d´istruzione: in altri termini, la proporzione degli elettori intenzionati a votare "sì" risultava tanto più elevata, quanto più alto era il livello di scolarità. Che senso possono avere, in un dibattito democratico, considerazioni del genere? Si è voluto dire che si trattava d´un problema di comprensione dei testi, di intelligenza del mondo? Ma allora la costruzione europea si dovrebbe fare con suffragio censuario, concesso o ponderato in funzione del livello d´istruzione?
Certo, la tentazione di una democrazia delle élite sembra rafforzarsi in misura crescente a ogni tappa della costruzione europea; ma in questo caso sarebbe frutto di un controsenso originato da quelle stesse élite. Di fatto, non ci vuol molto a comprendere che esiste una correlazione positiva tra il livello di scolarità e il livello di reddito; che la disoccupazione e la precarietà colpiscono soprattutto i lavoratori meno qualificati, e che di conseguenza la domanda di protezione sociale decresce di pari passo con il miglioramento del livello d´istruzione. Ma presentato in questo modo, il ragionamento assume un significato del tutto diverso: il voto sarebbe in realtà indicizzato sulla posizione sociale, sul livello di reddito e sulla probabilità di trovare un posto di lavoro. In altri termini, i voti favorevoli al Trattato aumenterebbero in proporzione diretta ai livelli di reddito. Più si è ricchi, e più si sarebbe incentivati a votare "sì"! Ma un ragionamento del genere riduce i cittadini alle loro condizioni particolari e al loro egoismo - come a dire: chi si è fatto strada nella vita non ha insoddisfazioni da esprimere; e questo a fronte di un referendum il cui oggetto è la cosa pubblica.
Che fare? L´errore più grave sarebbe quello di considerare il voto francese come antieuropeo. Mentre al contrario, una parte importante dello schieramento del "no" è europeista e federalista almeno quanto molti sostenitori del "sì". Ciò significa che l´elettorato francese, nella sua grande maggioranza, rimane europeista. Ma la domanda che gli veniva posta era un´altra: quale organizzazione dei poteri volete in Europa? E gli elettori non erano soddisfatti del tipo di organizzazione proposto, di una Costituzione la cui III parte stabilisce che i governi restano telecomandati da istituzioni indipendenti… chiamate a condurre politiche predefinite. Il "no" dei francesi è dunque un pressante invito alle "autorità" nazionali ed europee a rivedere il testo costituzionale, dando più spazio alla sovranità dei popoli e spezzando i vincoli che organizzano artificialmente l´impotenza del politico. E in particolare invita il governo dell´Unione europea a tentare infine, dopo oltre 15 anni di passività, una politica che punti alla piena occupazione. È infatti quasi incredibile che si sia tardato tanto, rinviando ciascun Paese ai problemi della "sua" disoccupazione - cosa che nei fatti equivale a preconizzare politiche di concorrenza sociale e fiscale.
Questo risultato è stato conseguito al termine di un dibattito appassionato. Ed è ormai chiaro che i francesi trovano perfettamente naturale vedere le questioni europee come affari interni, e non come affari esteri. In tal senso, questa campagna ha prefigurato quello che dovrebbe essere lo spazio pubblico europeo: uno spazio di deliberazione sul futuro di tutti i popoli dell´Unione.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi (1942) è professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’Ofce, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Fa parte del consiglio di amministrazione di Telecom e del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo e insegna all’Università Luiss. Con Feltrinelli ha pubblicato La democrazia e il mercato (2004) e La nuova ecologia politica (con Eloi Laurent; 2009). 

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