Le diplomazie di Unicredito e HypoVereinsbank (Hvb) sono all’ultimo giro di colloqui, poi toccherà ai consigli. La fusione formerebbe un gruppo con 750 miliardi di euro di attivo patrimoniale e una capitalizzazione di Borsa di 40 miliardi, vicina a quella delle maggiori banche di Eurolandia. Primo azionista sarebbe la compagnia di riassicurazione Munich Re, con circa il 7%, mentre le fondazioni di Torino, Verona, Bologna e Treviso, assieme, avrebbero il 17%, riflettendo così un equilibrio generale che vedrebbe l’azionariato di Unicredito al 63% della combinazione. Radicato in Italia, Austria e Germania, il progetto del nuovo Unicredito sembra la riedizione, nel settore del credito, della Triplice Alleanza del Secolo XIX, ma ben più di quella aperta all’Europa dell’Est. Certamente, sarebbe la prima banca figlia dell’euro. Gli amministratori, tuttavia, devono cominciare dalle cifre. La banca guidata da Alessandro Profumo è la migliore d’Italia, eppure in Piazza Affari quota da tempo a sconto del 10 15% rispetto alle consorelle: come se Unicredito potesse usare il capitale in eccesso per qualcosa di pericoloso. Ora Unicredito fa rotta verso un gruppo che ha perso 7,6 miliardi negli ultimi tre anni. Il fatto che Hvb abbia chiuso il primo trimestre 2005 in nero per 336 milioni non può rassicurare più di tanto, perché le ‟pulizie” maggiori si fanno a fine esercizio. E questo è il punto cruciale. Al 31 dicembre 2004 Hvb ha dichiarato crediti in sofferenza per 24 miliardi coperti da fondi al 57%. Le sofferenze nette, dunque, sono pari al 4% degli impieghi ( peggio di Bnl e Antonveneta) e assorbono i tre quarti abbondanti del patrimonio netto consolidato. E non è detto che sia tutto se ha ragione Merrill Lynch a ipotizzare nuove svalutazioni di crediti per un altro miliardo. Il ‟suo” rischio Unicredito se l’è dunque trovato. Se la fusione avverrà, la Borsa non si chiederà più che cosa Profumo farà dei soldi, ma come saprà gestire la nuova entità. Finora il titolo ha retto, ma la prova del nove sarà quando si avranno i termini veri dell’operazione. A quel punto non è detto che la logica, spesso a breve termine, degli analisti debba essere la stessa dei soci di riferimento della banca. Questi, se vogliono imitare gli statisti che costruiscono un progetto e non i politici che vanno a ruota dei sondaggi, devono tener presente che la malconcia Hvb è la porta, forse l’unica possibile, della Germania, il più importante mercato di Eurolandia. Non di meno, il prezzo e la sua copertura finanziaria rimarranno argomenti decisivi per tutti. Vedremo. Oggi si può dire che Profumo ‟deve” usare il capitale in eccesso, ma anche assicurare dividendi costanti. Ed evitare che Unicredito passi da una relativa sovracapitalizzazione a un estremo opposto. L’avviamento da riconoscere ai soci Hvb e l’esborso di cassa per le Opa sulle minoranze di Bank of Austria e di altre società del gruppo bavarese ridurranno il core Tier 1 della banca italiana, pari 11 miliardi a fine 2004 e poi limato con l’acquisto della banca turca Yapi Kredi. Le soluzioni più semplici sarebbero la vendita di partecipazioni come Mediobanca o un aumento di capitale. Ma la prima appare poco probabile per ragioni ‟politiche” e l’altra rischierebbe di diluire i soci di Unicredito oltre quanto richiede il matrimonio con un partner meno brillante. Sulla carta, però, c’è una terza via: gli strumenti di capitale ibridi che, a differenza delle preferred share, vengono conteggiati nel core Tier 1. In Europa, queste speciali obbligazioni già concorrono largamente al core Tier 1 di reputate istituzioni. Da noi qualcosa ha fatto il Monte dei Paschi, ma in genere ancora non usa. Se Unicredito vi farà ricorso, starà al governatore della Banca d’Italia stabilire in quale misura. E quella scelta varrà più di mille parole sulle concentrazioni bancarie. ( con la consulenza tecnica di Miraquota) Il primo gruppo dell’euro, i ratios patrimoniali e l’alternativa a un aumento di capitale.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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