Molto presto conosceremo l’esito del referendum per l’abrogazione della legge 40, una legge su una complessa questione biopolitica discussa finora soltanto in Parlamento, e non nel Paese, a parte l’enfasi di una campagna elettorale ambigua e virulenta, soprattutto da parte di chi ha ostacolato la consultazione. Frasi come ‟le domande sono troppo difficili”, ‟la gente non sa esprimersi su queste questioni”, sono solo una piccola parte dell’ipocrisia di chi si è sentito autorizzato a capire e legiferare (malamente) e lotta ora per sottrarre al giudizio dei cittadini questioni che li riguardano più direttamente delle alchimie elettorali. E che il dibattito sia stato scarso anche in Parlamento lo dimostrano quegli esponenti politici che, pur avendo votato la legge per ragioni di schieramento, oggi dichiarano di volerla cambiare. Lo strumento del referendum, sottratto al populismo che l’ha caratterizzato negli scorsi anni, col rischio di delegittimare una democrazia parlamentare per via plebiscitaria, resta decisivo per contrastare ogni possibile dittatura della maggioranza. E astenersi è una posizione legittima sul piano delle scelte individuali, allo stesso modo di un'obiezione di coscienza. Ma è ancora democrazia il rifiuto del confronto e della competizione delle idee? Lo spettacolo triste della tattica dell’astensione per boicottare un pronunciamento politico (biopolitico), ha mostrato un’irresponsabilità pubblica da parte di chi dovrebbe governare e amministrare: cioè mantenere, conservare, avere cura della cosa pubblica e dei suoi mille risvolti, di cui quelli connessi alla bio-politica - oggi la maggior parte - richiedono a volte la capacità di non legiferare, di non decidere per tutti, di decidere di non decidere. Ciò che non significa astenersi al referendum, ma contestare le contraddizioni, le incongruenze e le ingiustizie della frettolosa legge 40. Come ho sentito dire da una signora, più che una cattiva legge è una legge cattiva.
Comunque vada, si dovrà continuare a discutere. Il dibattito maggiore dovrà essere quello suscitato dall’incombere di uno stato etico. Si parli, a lungo e collettivamente, di biopolitica, prima di prendere decisioni vincolanti. Ma si ricordi quella famosa ‟eccezione culturale” che ha fatto parlare alcuni attuali fondamentalisti nostrani della superiorità dell'Occidente democratico sui regimi islamici, dove appunto la morale ingloba ancora la politica.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>