Per capire quanto sia pericoloso socialmente, culturalmente, moralmente, l’espediente dell’astensione (una terribile frase ammonisce: ‟per la vita non si vota”, come se ci fossero zone franche che non competono alla democrazia e alle sue istituzioni, come se la pace e la guerra - dunque la protezione o la distruzione della vita - non fossero compito supremo della politica) occorre considerare attentamente il percorso indicato dal presidente del Senato Marcello Pera. Nessuno si aspetta che questa seconda carica dello Stato sia preoccupata di restare al di sopra delle parti, incoraggiando i cittadini ad agire secondo la libertà e i doveri garantiti dalla Costituzione.
E tuttavia ciò che Pera ha detto l’8 giugno all’Università Europea su religione e politica è un fatto clamoroso. Pensate alle frasi che seguono dette da una personalità che dovrebbe rappresentare tutto il Paese.
Il punto di partenza è una affermazione della cui pericolosità il presidente Pera non sembra rendersi conto. Dice: ‟Il laicismo imposto con la legge è sempre meno accettato. La tolleranza vissuta come indifferenza è sempre più respinta”. Che cosa sia il laicismo imposto per legge in uno Stato, come quello italiano, legato alla Chiesa da un Concordato rigoroso, vincolante e accolto nella Costituzione (art. 7) è difficile dire. Ma la frase, detta da una autorità dello Stato, suona come un avvertimento, un ‟regolatevi” detto ai cittadini che fossero rimasti indietro e credessero ancora di essere in uno Stato non dominato dalla Autorità religiosa e dai suoi dettami. Poi c’è la seconda parte della frase, la più tremenda. Pera si compiace che la tolleranza - ovvero il fondamento della pace sociale, culturale, religiosa fra cittadini – ‟venga sempre più respinta”.
In un breve giro di parole si dicono due cose: non sognatevi di restar fuori da questa nuova epoca.
Non pensate di poter sventolare il valore della tolleranza perché vi risponderemo che ‟la tolleranza è indifferenza e come tale va respinta”.
Respinta da chi? Pera usa il linguaggio delle grandi intimidazioni che hanno segnato (di solito in peggio) i passaggi da un periodo all’altro della Storia. Annuncia la fine del tempo della tolleranza. Per far capire che quando si legifera di scienza, è giusto e inevitabile che si sottometta la scienza alla religione. Il presidente del Senato afferma che, ‟in una società cristiana come la nostra alla fine il reato di omicidio rimanda al comandamento ‘non uccidere’”. La sua affermazione pone un bel problema all’India e al Giappone, suggerendo che si tratti di culture che prendono alla leggera il reato di omicidio. Dopo averci detto (all’inizio del discorso) che ‟in Europa si respira molta voglia di sacro”, dice, della stessa Europa, che ‟purtroppo di fronte al problema di fissare i limiti della separazione, si è preferito scegliere la vecchia idea di separazione, e la Costituzione europea non ha avuto il coraggio di inserire le radici cristiane”.
Questa frase è importante per capire dove va a parare Marcello Pera. Va a parare nella guerra santa. Sentite: ‟L’uomo occidentale sembra un penitente che si batte il petto”. Invece di rendersi conto che questo è l’atteggiamento inevitabile di chi è conscio dei delitti perpetrati nei secoli e anche nella Storia recente in Europa di chi è consapevole del rapporto fra Occidente e guerre di religione, fra Occidente e stragi coloniali, fra Occidente e Shoah, invece di ricordare il coraggio di chiedere perdono che ha avuto, da solo e contro il parere di molti suoi cardinali, Papa Wojtyla, il presidente del Senato italiano, non si sa bene a nome e in rappresentanza di chi, fa ancora un passo avanti: ‟È un atteggiamento sbagliato (battersi il petto, ovvero ripensare criticamente la Storia) di fronte alla aggressività dell’Islam. E ancora più sbagliato di fronte alla rinascita religiosa che torna ad affacciarsi nelle coscienze individuali e a reclamare i suoi diritti nella società”.
Ecco dunque il cuore del discorso: la rinascita religiosa è la forza da contrapporre a un Islam nemico e minaccioso. Senza badare alla sua carica istituzionale e alla sua visibilità come simbolo dello Stato e del Paese Italia, Pera usa il termine religioso (Islam) come definizione del terrorismo. E raccomanda di contrapporre la Croce alla Mezzaluna, ovvero la civiltà alla barbarie, con una ricaduta all’indietro di molti secoli.
La confusione però è utile per capire in che tempi stiamo vivendo. Si è scatenata una corsa - da cui la Chiesa farà bene a guardarsi - tra personaggi che vogliono apparire l’uno più cristiano dell’altro, nel tentativo di farsi trovare al momento giusto dalla parte giusta. Quando?
I fondamentalisti americani hanno, rispetto a Marcello Pera, il pregio di una brutale sincerità. Dicono e annunciano che bisognerà farsi trovare dalla parte giusta quando verrà Armageddon, la battaglia finale fra il bene e il male. Sarà l’occasione terribile in cui Dio userà tutti i mali per distruggere il male. I crociati nostrani sembrano avere preoccupazioni più vicine al tornaconto politico a breve scadenza. Hanno l’impressione che - dopo la grande distrazione di Wojtyla verso l’arcipelago misterioso della politica italiana - stiano avvicinandosi correnti calde di lunga e stabile interferenza del Vaticano sull’Italia. Meglio indebolire lo Stato per adattarlo a cedere, e mettersi alla testa della Grande Astensione. Sarà, immaginano quelli come Pera, un’era politica in cui ricevi e accogli, fra cerimonie di speciale ritualità, ciò che altrove decidono per te. E cercherai di imporlo ai cittadini sotto forma di ‟nuovo bisogno di sacro”.
Per fortuna il sacro è cosa ben più grande e assai meno incastrata nei progetti elettorali e partitici che sono nell’aria: formare una nuova, grande coalizione democristiana. Gli autori del progetto non possono dire che una simile coalizione garantirebbe il potere personale di alcuni e la loro stabile e solida presenza al centro dello Stato. Perciò propongono due pilastri drammatici: da un parte ‟un grande risveglio religioso” per imbarazzare o chiamare atei o indifferenti i credenti e non credenti che non stanno a questo gioco. Dall’altra (è il secondo pilastro) la minaccia dell’Islam, la religione, non il terrorismo. E dunque la necessità di un duro confronto fra religioni, che serve a creare un clima di guerra.
Ciò consentirà una forte intimidazione, che pone limiti alla libertà e alla vita politica. Tutto ciò serve a dirci che la Grande Astensione potrebbe essere una strategia a lungo termine e non soltanto un astuto espediente per eliminare un bel po' di persone da questo voto referendario, per farlo fallire attraverso la mancanza del quorum, cioè del 50 per cento di chi ha diritto a votare, più uno. Potrebbe essere la richiesta di una nuova forza politica che - dicendosi ispirata da Dio - esige potere. Potrebbe essere la richiesta di una grande delega da mettere nelle mani di persone che certamente affidabili perché, a differenza degli atei, dei tolleranti, degli indifferenti di cui non vogliamo più sapere, si fanno interpreti di ‟una grande rinascita religiosa”.
Questo spiegherebbe un fatto che ha sorpreso molti, in Italia e che non ha precedenti nella nostra Storia e in quella di qualunque repubblica democratica. Non solo il presidente del Senato ma anche il presidente della Camera ha fatto appello all’astensione, dunque alla rinuncia di scegliere, decidere, votare. Attenzione, la formulazione delle parole che avete appena letto è corretta. E ci dispiace che il presidente Casini, che abbiamo sempre immaginato diverso da Pera, perché ci è apparso in molte difficili circostanze, intenzionato a non violare i doveri di quel suo alto ufficio, non può dire che si è limitato a parlare della sua scelta personale. Il suo ruolo trasforma immediatamente ciò che annuncia in un simbolo, in un modello, in un messaggio ai cittadini.
Ora un così drammatico azzardo per un uomo finora sensibile al peso istituzionale della sua carica, non può essere un incidente. Se la spiegazione è quella del discorso di Marcello Pera all’Università Europea, si tratta di un preannuncio allarmante. Ciò rende molto più importante il risultato di questo referendum. La Grande Astensione si batte adesso, andando a votare. Oppure si espanderà su di noi una nuvola carica di rischio e vi diranno: ‟Fidatevi, seguite noi, che sappiamo combattere l’infedele in casa e nel mondo”. Tutto ciò ci porterà indietro, molto indietro, nel mondo claustrofobico di Marcello Pera, che vede la religione come una pietra tombale, e la vita politica come atto subordinato.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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