Campagna elettorale giovane ‟all'americana” per il capo del Consiglio del discernimento Ali Akhbar Hashemi Rafsanjani, che parla di Wto e privatizzazioni, promette tolleranza e guarda agli Usa. Un pomeriggio, un gruppo di ragazze e ragazzi sui pattini a rotelle sfreccia giù per Vali-asr, il viale alberato che attraversa la capitale iraniana da nord a sud - è famoso per canali d'acqua che scorrono ai due lati, e in questo segmento vicino alla sede della Radio televisione iraniana è bordato di negozi di arredamento, ristorantini, e un centro commerciale molto frequentato dai giovani alla moda. I ragazzi sui pattini hanno jeans e magliette, le ragazze sopravvesti e sciarpette chiare. Fanno lo slalom nel traffico. Sulla fronte e i vestiti hanno appicicato adesivi con il nome ‟Hashemi”, sventolano bandiere con il ritratto del loro candidato, buttano manifestini. Che modo ‟americano” di fare campagna elettorale. E che contrasto con l'immagine del candidato. Turbante bianco e mantello da mullah, Ali Akhbar Hashemi Rafsanjani è uno dei volti più noti della Repubblica islamica, nella cerchia più interna del potere fin dai tempi della Rivoluzione. Già presidente per due mandati, dall'89 al 97, da allora presiede il Consiglio per il discernimento, una delle istituzioni non elettive iraniane, organo di arbitraggio di giuristi islamici. Nei manifestini sventolati dai suoi giovanissimi sostenitori, Rafsanjani lancia slogans come ‟tutti insieme, per il lavoro». Dice che ‟i tempi sono cambiati”, che ‟i giovani sono la nostra ricchezza” e che ‟bisogna adottare nuovi metodi e stabilire la democrazia”. La parola ‟democrazia” è entrata nella campagna elettorale - del resto, fa notare Amir Moeb-Bian, che scrive sul giornale ultraconservatore ‟Ressalat” ed è considerato un pensatore della destra ‟illuminata”, ‟nessuno oggi in Iran si direbbe contrario alla democrazia. L'era Khatami ha avuto almeno un effetto: ora le riforme e il cambiamento sono parte del discorso pubblico”.
Perché dei giovani in pattini a rotelle sostengono un anziano mullah? ‟Perché è l'unico che può salvare l'Iran”, risponde con tono serio Farhad, 24 anni, neolaureato in ingegneria che si definisce ‟sportivo” (con la passione per i pattini a rotelle): con un gruppetto di coetanei fa il volontario in una delle sedi elettorali di Hashemi Rafsanjani - ce n'è una decina solo su Afrika boulevard, zona di classe media, commercianti e gente d'affari che hanno accumulato un certo benessere negli anni '90, gestione Rafsanjani, nel periodo della ricostruzione dopo la guerra con l'Iraq. Questi ragazzi ne sono i figli. ‟Lui capisce le esigenze dei giovani”, continua Farhad: ha fondato l'università Azad, privata, per ovviare al problema dell'esame d'ingresso che esclude tanti giovani dall'università pubblica. Farà decollare l'economia, così i giovani laureati come me non resteranno senza lavoro”.
Rafsanjani? ‟Un Deng Xiaoping iraniano”, dice il filosofo della politica Ramin Jahanbegloo, giovane e brillante studioso di quella che qui chiamano ‟generazione post Khatami”, che si vuole pragmatica e disincantata. Rafsanjani, spiega, può cambiare il sistema perché ne fa parte. Ha una piattaforma liberale in economia: promette privatizzazioni e libero mercato (in uno stato che possiede gran parte del reddito nazionale, cioè gli idrocarburi, e controlla gran parte dell'economia attraverso un sistema di fondazioni islamiche, carrozzoni semi-pubblici), auspica l'ingresso dell'Iran nell'Organizzazione mondiale del commercio (Tehran aveva chiesto di aderire al Wto nel 1996 ma la sua domanda è rimasta bloccata dal veto di Washington fino al mese scorso: ora la procedura è avviata, ed è una delle contropartite nel negoziato in corso tra l'Iran e alcuni governi europei sul suo programma nucleare). ‟Rafsanjani è anche un liberale nella vita pubblica”, continua Jahanbegloo, promette una relativa tolleranza nei costumi: il messaggio è implicito nei suoi manifesti elettorali, dove compare su sfondo di giovani con il gel e ragazze con i capelli che spuntano dai foulard - tenuta che fino a poco tempo fa suscitava i rimbrotti delle autorità, e i maltrattamenti dei volontari islamici. ‟Hashemi” - così lo chiamano i sostenitori - parla a tutti nel modo appropriato.
In un bel giardino in una delle zone più eleganti di Tehran, sede di un suo comitato elettorale, c'è atmosfera da party: abiti dai colori brillanti, ragazze con i sandali (una volta era vietato mostrare caviglie e piedi) e foulard molto indietro, succhi di frutta offerti da una ditta sponsor, una sfilata di star televisive e un noto comico a intrattenere il pubblico. Il messaggio è: arricchitevi, spendete, divertitevi. Invece, nella sua prima uscita elettorale, nell'auditorium di un centro culturale governativo nel centro di Tehran, Hashemi in persona si è rivolto a una conferenza organizzata da associazioni di donne islamiche, platea di chador o comunque tenute scure e severe. Alle domande di studentesse che chiedevano ‟uguaglianza negli sport, nel lavoro, nei concorsi”, l'anziano mullah ha risposto che l'islam riconosce alle donne un ruolo attivo nella società, che nulla nell'islam vieta alle ragazze di studiare o fare sport o di raggiungere ruoli dirigenti, che all'università e nei concorsi ‟sono sempre le più brave”, che lui si preoccuperà di creare lavoro per tutti e migliorare il welfare ...
Soprattutto, ‟gli iraniani sanno che siamo in un momento delicato sulla scena internazionale, e Rafsanjani è visto come l'unico che può ristabilire buone relazioni col mondo”, fa notare Jahanbegloo. Già: il capo del consiglio per il discernimento è stato la prima voce interna al sistema che ha parlato di normalizzare le relazioni tra Tehran e Washington, nell'aprile 2003, pochi giorni dopo l'ingresso delle truppe Usa a Baghdad. Ora è più esplicito: ‟L'America è una superpotenza nel mondo e non possiamo ignorarla”, ha detto presentando la sua candidatura: l'Iran vuole ristabilire relazioni con Washington, sempre che questa ‟rinunci al suo avventurismo in Medio oriente” e faccia ‟gesti positivi verso l'Iran”: e il primo gesto, ha sottolineato Rafsanjani, sarebbe sbloccare gli 8 miliardi di dollari di beni iraniani congelati nelle banche Usa nell'80. ‟Rafsanjani è la persona che può risolvere la trattativa sul nucleare, perché ha il potere di farlo”, riassume Moeb Bian. ‟Non dico che mi piaccia, però è l'unico che può normalizzare le nostre relazioni internazionali”, fa eco il politologo Jahanbegloo: per questo molti lo voteranno, turandosi il naso.
‟È un momento delicato”, recita Farhad nell'improvvisato ufficio elettorale di viale Afrika. ‟Se non si risolve in modo pacifico la questione del nucleare c'è il rischio che gli Usa ci trattino come l'Afghanistan e l'Iraq. E saremo noi giovani a pagarne il prezzo. La nostra speranza è che Rafsanjani possa negoziare una soluzione pacifica”. Sono le frasi stampate sui volantini che Farhad e i suoi amici vanno a distribuire, in pattini, su Vali-asr.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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