La campagna elettorale si scalda, in Iran, a meno di una settimana dal voto per eleggere il presidente della repubblica successore di Mohammad Khatami. Anzi, prende una piega violenta: numerosi dirigenti politici del fronte riformista sono stati aggrediti. É stato malmenato al termine di un comizio nella provincia di Fars lo stesso candidato presidenziale, Mostafa Moheen, già ministro nel governo Khatami. Sono scesi in campo i picchiatori manovrati dal potere: ‟È una svolta pericolosa”, dice la portavoce di Moheen, Elahe Kulaii. L'episodio più violento è quello avvenuto a Qom. Ha coinvolto Besad Nabavi, leader dei Mojaheddin della Rivoluzione islamica, una delle formazioni più radicali tra quelle che sostengono la riforma democratica. Ieri Nabavi è comparso davanti ai giornalisti con un vistoso occhio nero, mostrando la camicia che indossava l'altro giorno: strappata e macchiata di sangue. Un gruppo di disturbatori aveva tentato di impedire l'incontro pubblico. Urlavano ‟via dalla città santa”, ‟vergogna”, ‟traditore”. I sostenitori della ‟sinistra islamica”, di rimando: ‟morte al fascismo”, ‟abbasso i talebani”. Alla fine della conferenza una trentina di giovani ha circondato Nabavi che usciva dalla sala. ‟È durata pochi minuti, poi altri sono riusciti a trascinarmi in salvo”. ‟Non mi succedeva dai tempi della Savak”, la famigerata polizia segreta del regime dello Shah. Gli aggressori? ‟Persone ben note a Qom. Quando sono andato a fare una formale denuncia, la polizia mi ha detto che appartengono a un'organizzazione ufficiale. Chiedo alla polizia di rivelare chi sono”. Nabavi non vuole essere lui a fare nomi.
Ha meno remore Isa Shaharkiz, giornalista (quando può: ha visto chiudere uno dopo l'altro i giornali in cui ha lavorato), impegnato nella campagna elettorale del fronte riformista. ‟Gli aggressori, dice, sono i basij, milizie volontarie nate con la rivoluzione ormai ridotte al ruolo di para-polizia islamica e in qualche caso i militari stessi. A volte hanno usato pietre e bastoni, altre i lacrimogeni. Nel caso di Qom però si tratta di una milizia di studenti di teologia legata a Mesbah Yazdi” (esponente di spicco del Consiglio dei Guardiani, l'organismo di giuristi islamici). ‟Hanno cambiato strategia perché il consenso per il candidato riformista è risalito. Così ora usano i paramilitari”, dice Shaharkiz.
Solo pochi giorni fa, il ministro dell'interno Abdolvahed Musavi-Lari, un riformista, aveva denunciato ‟chiare interferenze” dei corpi militari nel processo elettorale. ‟Vogliono intimidirci”, attacca Nabavi, ‟ma noi non abbiamo cancellato nessuno dei previsti incontri elettorali. I giochi sono aperti, per la prima volta dalla rivoluzione il risultato è imprevedibile”. E denuncia: ‟Le forze dell'ordine sono rimaste passive: chiediamo sicurezza di tutti i candidati”. I riformisti chiedono anche il rilascio di tutti i prigionieri politici: come Akbar Ganji, il giornalista scomparso martedì scorso mentre era in libertà provvisoria per cure mediche: ieri si è ripresentato da solo in carcere, dopo che la sua ‟licenza” era stata interrotta con un nuovo ordine di custodia. Denunciano gli ‟arresti illegali” di giornalisti, scrittori, web-loggers. La campagna elettorale si fa movimentata. E oggi manifesteranno a Tehran molte associazioni di donne per denunciare le violazioni dei loro diritti garantiti dalla costituzione.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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