Quando si dice ‟fare di tutta l'erba un fascio”: il motto popolare si attaglia perfettamente al dibattito pubblico sul consumo di marijuana. E dagli Stati Uniti ci viene l'ennesima, paradigmatica conferma di questa tendenza. La Corte Suprema, con sei voti favorevoli e tre contrari, ha deciso di vietare l'uso dei derivati della cannnabis per fini terapeutici. La risoluzione riguarda il caso di due donne californiane: Diane Monson, malata di cancro al cervello, e Angel Raich, sofferente di una malattia degenerativa della spina dorsale. Nell'agosto del 2002, gli agenti federali avevano sequestrato a entrambe alcune piantine di marijuana, coltivate nel cortile di casa e usate per attenuare le sofferenze derivanti dalle rispettive patologie.
In termini strettamente politici, la sentenza della Corte Suprema rappresenta una vittoria per l'amministrazione Bush, che - da tempo - si oppone a qualsiasi forma di consumo di stupefacenti, sia terapeutica che voluttuaria. I dieci Stati che avevano autorizzato l'uso medico della cannabis (tra cui la California, il Colorado, il Maine, l'Oregon e lo stato di Washington) dovranno adeguarsi a questa risoluzione, che in sostanza riconosce la preminenza della legge federale (ovvero del Controlled Substances Act) su quella statale. Di conseguenza, le autorità federali potranno incriminare i medici che prescrivono l'uso di marijuana a scopi terapeutici e gli stessi pazienti che, sulla scorta di quelle prescrizioni, si curano con i derivati della cannabis.
La sentenza della Corte Suprema, tuttavia, non deve essere letta come una bocciatura dell'impiego della marijuana per uso medico: il pronunciamento della Corte, in altre parole, non si basa su ragioni terapeutiche (e non si pronuncia, quindi, sull'efficacia o meno di quelle sostanze nella cura di alcune patologie), quanto su un conflitto giuridico tra legge statale e legge federale. La soluzione adottata è, in ogni caso, oltremodo negativa: le parole del giudice John Paul Stevens, che invita il Congresso a farsi carico della questione - dunque ad approvare, se crede, una legge che consenta l'impiego terapeutico della cannabis - non rappresentano, certo, la ricerca di una soluzione concreta. La Corte Suprema non dice che l'impiego della cannabis in medicina sia inefficace o nocivo per i pazienti: dice, però, che i singoli stati che l'hanno consentito hanno agito in contrasto con una legge federale; e che spetta al Congresso, eventualmente, promuovere una nuova legge che metta in condizione quegli stessi stati di autorizzare l'uso terapeutico della marijuana. Ma - va da sé - è assai improbabile che il Congresso si risolva in tal senso.
La lettura ‟politica” che prima suggerivamo non è una forzatura: tra le righe di quella sentenza si profila una dura sconfitta del movimento antiproibizionista americano e, più precisamente, di quella parte del mondo della ricerca e della medicina che da decenni si batte per una sperimentazione e un impiego liberi, a scopo terapeutico, dei derivati della cannabis. La stessa amministrazione Bush ha promosso questa battaglia giuridica con argomenti molto impegnativi, evocando addirittura la lotta al terrorismo, che sarebbe alimentato dal traffico illegale di stupefacenti.
Poco importa che il merito della questione riguardasse due donne malate, che la marijuana, la coltivavano nel proprio giardino; e che i proventi del commercio di stupefacenti, con cui il terrorismo islamista in parte si finanzia, vengano soprattutto dal mercato del papavero da oppio (che è tornato a essere la principale fonte di reddito dell'Afghanistan post-talebano). Insomma, all'origine di questa decisione della Corte Suprema non c'è un mero conflitto normativo, quanto l'estenuante braccio di ferro ingaggiato dal proibizionismo per penalizzare l'uso di alcune sostanze e per connotare in maniera sinistra i loro effetti sulla persona e sugli stili di vita di chi, quelle sostanze, le consuma. È proprio una siffatta impostazione a motivare quell'approccio oltranzista, che fa della questione ‟droga” una ‟guerra globale”, indirizzata con gli stessi mezzi e con gli stessi argomenti contro il consumo occasionale di marijuana e di hascisch e contro l'abuso di eroina o cocaina. ‟Fare di tutta l'erba un fascio”, come dicevamo in apertura: mentre tutta la ricerca scientifica procede nel senso della distinzione e della specificazione, solo quella sulle sostanze stupefacenti dovrebbe andare nella direzione esattamente opposta. Dovrebbe procedere generalizzando e omologando, equiparando droghe ‟pesanti” e ‟leggere”, come pretende chi si batte (e sono in molti, pure in Italia) affinché sia abolito (anche sotto il profilo normativo) qualunque confine nell'uso o nell'abuso delle due ‟classi” - così incommensurabilmente diverse - di sostanze. Ma sotto il profilo tossicologico, psicologico, terapeutico, sociale, culturale - e chi più ne ha, più ne metta - le differenze tra i derivati dell'oppio e della coca e i derivati della canapa indiana sono inconfutabili. (Per chi ha la memoria corta, vale la pena ricordare, per l'ennesima volta, che la Dea (Drug Enforcement Administration), la potente agenzia governativa americana, già nel 1988 affermava: ‟Nonostante la lunga storia e lo straordinario numero dei consumatori, in tutta la letteratura scientifica non vi è un solo testo che descriva un caso di morte provocato sicuramente dalla cannabis”.
L'aggravante, in questo caso, è che non si sta parlando della semplice contrapposizione tra legalizzazione e proibizione: qui si parla dell'impiego terapeutico (altro che ‟voluttuario” o ‟ricreativo”!) dei derivati della cannabis; e si parla di cittadini che soffrono e che potrebbero trovare sollievo nel consumo controllato e medicalizzato della marijuana e dei suoi derivati. Quale principio etico o quale esigenza politica dovrebbero mai impedire a un malato sottoposto a cicli di chemioterapia di combattere il proprio deperimento, il vomito e la nausea con farmaci come il Marinol (una replica sintetica del principio del THC, distribuito sul mercato farmaceutico statunitense già dal 1985, a seguito di un parere positivo della severissima Food and Drug Administration) o con il consumo diretto di cannabis (attraverso il fumo o l'alimentazione)? Ricordiamo che le proprietà antiemetiche della cannabis sono state dimostrate da numerosi studi: una rassegna sistematica, pubblicata nel 2001 sull'autorevole British Medical Journal, ha passato in rassegna tutte le ricerche sull'argomento e ne ha selezionate una trentina (riferite a circa millequattrocento pazienti), che rispondono a criteri di estremo rigore scientifico.
In tutti questi studi l'efficacia antiemetica dei cannabinoidi è risultata superiore a quella dei farmaci convenzionali. Dimostrazioni altrettanto stringenti dell'efficacia terapeutica della cannabis sono state fornite per quanto riguarda la stimolazione dell'appetito nei malati di Aids; ed esistono evidenze molto promettenti per l'impiego terapeutico di quella stessa sostanza nella cura di patologie (o di effetti collaterali o di conseguenze delle relative terapie) quali la sclerosi multipla, l'ictus, la sindrome di Tourette, l'artrite reumatoide, i glaucomi, l'epilessia.
L'elenco delle indicazioni potenziali è, in realtà, più lungo: qui ci limitiamo a citare quelle per cui la ricerca ha già dato risposte positive o ha già registrato evidenze significative. La contestazione mossa tradizionalmente all'utilizzo (e alla stessa sperimentazione) di farmaci che sfruttano il principio del Thc, o all'utilizzo terapeutico della cannabis vera e propria, si basa su pregiudizi primitivi. Il primo dei quali legge nella disciplina dell'uso medico della marijuana il pretesto per la legalizzazione del consumo di questa sostanza a scopi, per così dire, ‟di piacere”. Ma, per quanto possa essere controversa una prospettiva di legalizzazione (che per noi è comunque ragionevolissima, qualora preveda per hascisch e marijuana un regime di autorizzazioni e controlli, analogo a quello cui sono sottoposte sostanze perfettamente legali, eppure assai dannose, come alcool e tabacco), qui è di altro che si sta parlando. Qui si sta parlando del dolore e della malattia. In America è stato fatto un passo indietro; in Italia, si farà mai un passo avanti?
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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