Fonti bene informate dicono che negli ultimi tempi Ali Akbar Rafsanjani, virtualmente già presidente della Repubblica islamica iraniana (le presidenziali si svolgeranno venerdì) passa parecchie ore chiuso nel suo ufficio al primo piano di Khakh-e-Marmar, il Palazzo di Marmo, l’ex residenza dello scià, confiscato dopo la rivoluzione e assegnato ai "saggi" del regime. Gli altri palazzi del potere si trovano a pochi metri, di fatto sorvegliati e controllati dall’astuto sheikb, l’appellativo che ha sostituito quello di "squalo" da quando Rafsanjani si è candidato alla guida della Repubblica.
Qui, tra gli antichi fasti dell’èra Pahlavi, Rafsanjani sta mettendo a punto il programma del suo prossimo governo, a cominciare dalla linea di politica estera e dalla futura collocazione geopolitica della Repubblica islamica.
"Il mondo è davvero cambiato e la nostra politica non può che partire dai mutamenti globali in corso. Quando ha vinto la rivoluzione islamica in Iran, il mondo era bipolare, oggi gli Stati Uniti si credono l’unico padrone del mondo e hanno molti nuovi piani per il futuro. La Cina faceva allora parte del Terzo Mondo ed era un paese povero, oggi è una superpotenza. La stessa regione mediorientale ha subìto nel frattempo radicali cambiamenti. L’America ha le sue truppe in Afghanistan e in Iraq, mentre le donne manifestano nel Kuwait per il diritto al voto e in Arabia Saudita si svolgono le elezioni amministrative. In tutto il Medio Oriente, i ra’is, i presidenti e i monarchi che si credevano una volta onnipotenti ed eterni, oggi sono in crisi e sono costretti a cedere alle richieste delle proprie popolazioni. In altre parole, il mondo è cambiato e anche noi dobbiamo cambiare. Siamo entrati in un’èra diversa rispetto al recente passato", risponde Rafsanjani alla domanda del giornalista di Shargh sulla futura politica estera dell’Iran. Non entra nel dettaglio, ma fa capire che insieme all’epilogo del riformismo khatamista si chiude anche la lunga fase del conservatorismo tradizionale, rappresentato fin qui da Ali Khamenei.
A convincere Rafsanjani delle diverse coordinate attuali sulle quali orientare la politica mediorientale della Repubblica islamica sono alcuni fatti recenti maturati in Siria, in Iraq e nel movimento palestinese, aree su cui l’Iran esercita la propria influenza per contrastare la politica israeliana.
Malgrado la tradizionale alleanza Iran-Siria, l’asse Damasco-Teheran è in seria crisi da quando Bassar al-Asad ha dovuto cedere alle pressioni americane ed europee, abbandonando il Libano. Al riguardo, gli iraniani hanno finto di considerare l’uscita dal Libano una decisione autonoma del governo siriano, ma l’hanno necessariamente valutata anche come una sconfitta della propria politica regionale.
A Teheran si parla infatti sempre più apertamente della debolezza del regime di Bassar al-Asad. Un alleato, la Siria, dunque, non più affidabile, sotto l’inesorabile e costante pressione d’Israele, degli americani e della stessa opinione pubblica siriana.
Con le dovute cautele, questa stessa valutazione varrebbe anche per il movimento palestinese e per le sue due maggiori organizzazioni integraliste. Hamas e Jihad islamica, su cui i dirigenti iraniani hanno fatto leva per orientare a proprio favore il conflitto israelo-palestinese. Il dopo Arafat sta di fatto producendo potenzialità politiche che potrebbero portare anche gli islamisti palestinesi a impegnarsi nella dialettica politica, anziché militare, riducendo quindi la propria dipendenza dall’Iran.
Lo scenario si complica ulteriormente quando si analizza la situazione in Iraq. Se la Mesopotamia è una immensa palude in cui i marines rischiano di affogare, nello stesso tempo poche cose sembrano evolvervi a vantaggio degli iraniani. Non certamente la formazione del governo dello sciita Ibrahim al Ga’fari, considerato a Teheran incapace di garantire in futuro relazioni di buon vicinato con la Repubblica islamica. Ma è l’intera leadership politica e spirituale sciita irachena affidata all’ayatollah Ali al-Sistani a sfuggire al controllo degli iraniani, prospettando un futuro arduo per l’espansionismo khomeinista nell’area del Golfo persico. I curdi, poi, in particolare il settore controllato dall’Unione patriottica del Kurdistan iracheno e dall’attuale presidente Galal Talabani, a giudizio dei dirigenti iraniani sono quasi totalmente allineati sulle posizioni americane, costituendo una minaccia potenziale nel caso in cui la febbre dell’autonomismo e del federalismo - se non addirittura del separatismo - oggi diffusa nel Kurdistan iracheno valichi i confini occidentali della Repubblica islamica per raggiungere il cuore delle aree curde in Iran.
Nell’Ovest iraniano, insomma, di male in peggio per il regime degli ayatollah, mentre nella quasi totalità delle aree mediorientali fino a ieri considerate strategiche per la politica estera iraniana cresce direttamente o indirettamente l’influenza israeliana, a cominciare dall’Iraq. È a partire da questa amara constatazione che torna alla ribalta un vecchio interrogativo che ha tormentato gli strateghi della politica estera iraniana fin dai tempi del vecchio regime monarchico: guardare ad ovest e a sud, oppure ad est e a nord? Seguono altre domande: continuare a sperperare denaro e prestigio, energia e diplomazia, intelligenze e opportunità per garantirsi un posto al sole nelle aride e velenose terre mediorientali (linea della Guida della rivoluzione Ali Khamenei), oppure impiegare quello stesso patrimonio nelle regioni settentrionali della Repubblica islamica, nell’Asia centrale, e salire sul treno che partendo da Pechino sta raggiungendo Nuova Delhi e farlo proseguire fino a Teheran, in modo che possa ripartire carico dei barili di greggio di cui hanno vitale bisogno le economie cinese e indiana, in fase di straordinaria espansione (linea su cui riflette Rafsanjani)? Conviene lo scontro con Israele? Quali sono gli "interessi nazionali iraniani e il suo destino come potenza regionale nell’odierno quadro mondiale?
Il cambio di visione geopolitica da parte della Repubblica islamica non sarà tuttavia una operazione semplice. Diverse ragioni interne, ma anche numerosi fattori esterni l’ostacolano. Uno dei princìpi fondamentali dell’attuale costituzione iraniana, l’articolo 110, stabilisce intanto che la complessiva politica del paese, compresa la sua politica estera, è materia di esclusiva competenza della Guida della rivoluzione. Cioè, di Ali Khamenei. L’esecutivo, chiunque lo rappresenti (quindi anche Rafsanjani) deve attenersi alle indicazioni della Guida, traducendole in piani politici per realizzarle.
Lo scontro con Israele e la negazione della sua entità statale nella regione mediorientale resta, insomma, il cardine della politica regionale di qualunque governo iraniano, come le ostilità nei confronti degli Stati Uniti sono rimaste per oltre 24 anni la caratteristica prevalente della diplomazia iraniana. Perché tale vincolo venga rimosso Khamenei dovrà dimettersi o cambiare idea. Ci sarebbe anche una terza ipotesi: un nuovo scontro paralizzante tra la Guida e l’esecutivo, simile a quello che l’Iraq ha dovuto sopportare negli ultimi otto anni, durante la presidenza di Mohammad Khatami. Molti segnali indicano che Rafsanjani intende insistere sulla seconda ipotesi, cioè convincere Khamenei a mutare posizione in nome degli "interessi nazionali".
Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili

Bijan Zarmandili (Teheran, 1941) dal 1960 vive a Roma, dove ha studiato architettura e scienze politiche. È stato per vent'anni fra i quadri dirigenti della sinistra iraniana in esilio e ha partecipato all'opposizione iraniana al passato regime dello scià. Ha cominciato l'attività giornalistica nel 1980, dopo la Rivoluzione islamica, ed è esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha pubblicato saggi sul mondo iranico e le biografie di Mohammad Mossadegh e dell'Ayatollah Khomeini (Cei 1974); Documenti di un dirottamento, sul caso dell'Achille Lauro (Eri 1988).

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