La democrazia in Medio oriente? ‟L'Iran si sta muovendo nella giusta direzione”, fa notare Mahmood Sariolghalam, professore di relazioni internazionali all'Università nazionale Shaheed Behesti. ‟Queste elezioni sono davvero imprevedibili - continua - nessuno può anticipare il risultato delle urne, e questo è un ottimo segno dal punto di vista della democrazia”. Incontro Sariolghalam nel suo ufficio dell'Istituto di studi per il Medio Oriente. ‟Dal punto di vista della politica estera, l'unico che può fare la differenza è Hashemi Rafsanjani - dice -. Quanto alla politica interna, nessuno cambierà la struttura del sistema politico iraniano, neppure il riformista Moeen se fosse eletto: non avrà la forza né il carisma per provarci, né lo straordinario mandato popolare che aveva Mohammad Khatami. Quanto al quadro sociale interno, sia Rafsanjani sia Moeen porteranno grandi aperture. Infine, sul piano dell'economia l'unico che ha una politica definita è di nuovo Rafsanjani, il settore privato è assai diffidente di tutti gli altri candidati. E gli iraniani votano non per un candidato, ma per il gruppo che arriva insieme a lui. Ogni volta che cambia presidente cambiano circa 7.000 persone tra governo, amministrazione, consiglieri. E Rafsanjani ha un buon network nazionale”.

Chi controlla la politica estera?
Dipende dalle questioni in gioco. La politica verso l'Afghanistan, l'Iraq o il Golfo persico, cioè tutto ciò che è una questione di sicurezza nazionale, è dominio della Guida suprema. Come in tutto il mondo.

Non in tutto il mondo c'è una tale dualità tra il governo democraticamente eletto e un'autorità superiore.
Tra il governo e lo stato, diciamo noi. È vero, è una dualità forte.

Chi tratta la questione nucleare?
Se sarà eletto, Rafsanjani prenderà in mano il negoziato. Con chiunque altro alla presidenza, resterà in mano al Consiglio di sicurezza nazionale, che risponde alla Guida suprema. In entrambi i casi, il consenso nazionale è di risolvere la questione per via politica. Potrebbe però cambiare il modo, e il ruolo degli Stati uniti.

Rafsanjani dice che è ora di ristabilire relazioni. E ieri ha dichiarato alla Bbc che i gesti ci sono: Washington ha tolto il veto all'ingresso dell'Iran nel Wto, e ha perfino riconosciuto il diritto dell'Iran a condurre ‟limitate” attività nucleari purché pacifiche.
Da 15 anni i presidenti iraniani vogliono la distensione con gli Usa, ma questa non è mai diventata la politica dello stato. Ecco di nuovo la dualità...Lo stesso vale per la Palestina. Rafsanjani fin dal '92, e Khatami nel `97 hanno dichiarato che se i palestinesi accettano la convivenza con Israele, l'Iran lo accetta. Ma questa non è mai diventata la politica dello stato iraniano, che non ha mai approvato il processo di Oslo e la soluzione dei due stati.

Gli Usa accusano Tehran di fomentare instabilità in Iraq.
L'Iran non ha alcuna ragione di creare ostacoli alla stabilizzazione dell'Iraq. L'unità territoriale irachena è mantenuta, e questo è interesse comune nostro, della Turchia, gli Usa, i sauditi; gli sciiti hanno la maggioranza nel governo e nel parlamento. Dal punto di vista degli interessi nazionali iraniani tutto questo va bene. L'unica politica che l'Iran persegue è che le forze della coalizione lascino l'Iraq al più presto. Ma sappiamo che l'Iraq sarà dominato dagli Usa per una decina d'anni, come una Corea del sud in Medio Oriente. Questo ci preoccupa. L'Iraq oggi è il terreno di scontro tra le forze Usa e il fondamentalismo sunnita. Il fondamentalismo sciita è finito, e il terreno comune tra sciiti è minimo. No, la ‟mezzaluna sciita” non esiste. E l'Iran è un paese a parte dal Medio Oriente.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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