Cari amici cattolici e non, che avete creduto di affermare la vita boicottando il referendum sulla fecondazione, che avete preferito difendere un’astrazione (l’embrione) alle vite carnali e pensanti, animate di desideri e speranze. Prendo sul serio il vostro slancio umanitario, forse addirittura biologico e creaturale. Mi appello a voi affinché facciate una campagna a favore di quelle vite umane escluse dal circuito del valore e dal consumismo mediatico, parlo degli anziani, categoria vulnerabilissima di ex embrioni, controprova all’impegno anti-eugenetico e per il diritto alla vita. Tra gli anziani pullulano poi i disabili, anche sul piano cognitivo. E cosa c’è di più nazista del discriminare da chi ha capacità logiche e analitiche chi sa soltanto soffrire e godere, provare riconoscenza e affetto, anche se sempre più di un embrione? ‟Ha novantadue anni. Quando parla con qualcuno è sempre un po’ commosso” – annota il poeta Franco Arminio nel suo suo flaubertiano, compassionevole catalogo di luoghi comuni. Di fatto, amici anti-eterologi, la nostra civiltà, oltre a clonare se stessa, incitare i ricchi alla rivolta contro i poveri, cannibalizzare questi ultimi su scala planetaria col traffico di organi, discrimina al proprio interno cosa sia vita e cosa non lo sia. Vogliamo essere più incisivi, più cristiani? La domanda è: che cosa può avere di più rilevante da fare, per la propria crescita e felicità personale, la donna/figlia o l’uomo/figlio che parcheggiano il proprio anziano genitore in un ospizio dove, nel più costoso dei casi, trascorre ore di fronte a un ascensore in penombra, rimugina le stesse frasi in cerca di un orientamento accettabile per arrivare a sera? Andate a vedere, attraversate l’entrata, tra mura umane di braccia e carrozzine come i mendicanti di Calcutta, volti e voci che implorano, a volte mettendo mano alla borsetta, spesso immaginaria, di ‟portarle a casa”. Ecco, amici commossi dalla vita, aiutate a liberare quelle energie, a sottrarle all’esilio di una non-vita in un non-luogo. Adulti sedicenti sani e autosufficienti trattano chi è fuori del loro circolo vizioso, del loro understanding medio e omologato, come se fosse morto, perché intellettualmente diverso, inquietante, magari poetico, ovvero inutile. Eppure dai vecchi abbiamo tutto da imparare sul vivere e il morire. Fate una campagna sul ‟Foglio”, ditelo a Ruini, affinché non se ne legga solo alla fine dell’estate, contando morti e feriti, abbandoni pietosi (come se fossero cani), queruli servizi sui vecchi che, guarda che roba, vanno a prendere il fresco al supermercato, o scappano con gli assegni.
Beppe Sebaste

Beppe Sebaste

Beppe Sebaste (Parma, 1959) è conoscitore di Rousseau e dello spirito elvetico, anche per la sua attività di ricerca nelle università di Ginevra e Losanna. Con Feltrinelli ha pubblicato Café Suisse e altri luoghi di sosta (1992), Niente di tutto questo mi appartiene (1994), Porte senza porta. Incontri con maestri contemporanei (1997; poi ripubblicato in Il libro dei maestri. Porte senza porte rewind, luca sossella, 2011). Tra i suoi ultimi libri, Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne e Oggetti smarriti e altre apparizIoni, entrambi con Laterza. Per Feltrinelli ha curato e tradotto ne "I Classici" Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau (2012) e I miei amici di Emmanuel Bove (nuova ed. 2015).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>