Rinvigorire la rivoluzione militarizzando il paese. È questo, secondo i riformatori, l´obbiettivo dei ‟centri di potere dietro le quinte” che Karroubi, arrivato terzo, accusa di aver di fatto mobilitato i militari per sostenere il sindaco di Teheran Mahmoud Ahmadinejav e la sua offensiva controriformatrice.
Ahmadinejav si è piazzato secondo contro tutte le previsioni e venerdì prossimo sfiderà al ballottaggio Hashemi Rafsanjani, l´ex presidente dato fino a pochi giorni fa come il sicuro vincitore. Ahmadinejad era ai livelli più bassi nei sondaggi e veniva unanimemente indicato come il candidato che si sarebbe ritirato dalla contesa. ‟Sta nascendo un fascismo pericoloso che mina le basi della giovane democrazia che con fatica si sta affermando”, ha detto Mostafa Moin, il candidato riformatore che ha preso un deludente il 14 per cento. ‟Quello di venerdì è stato un campanello d´allarme. Bisogna essere consapevoli che è in atto un tentativo che porta alla militarizzazione e alla repressione politica e sociale. Siamo di fronte a una minaccia per la società civile e alla volontà di bloccare le riforme”. Denunciando brogli e pressioni ieri sera Karroubi ha annunciato le dimissioni dai suoi incarichi di consigliere della Guida Khamenei e membro della massima istanza di arbitraggio politico del paese.
I conservatori palesemente godono dell´effetto sorpresa che hanno provocato. ‟Coloro che davano a Rafsanjani il 53 per cento oggi dovrebbero chiedere scusa”, gongola Alireza Malekian, una delle firme di punta del giornale Keyhan. ‟Evidentemente o erano incapaci di comprendere la realtà oppure, ed è più probabile, volevano per influenzare la gente”. I conservatori hanno memorizzato la lezione di otto anni fa, quando la valanga di voti dati a Khatami li colse alla sprovvista e li travolse. E hanno usato l´arma della sorpresa a loro vantaggio. Baqer Qalibaf, che ha un passato di capo della polizia ultra conservatore ma è stato ‟mollato” all´ultimo momento dopo essere stato presentato come il più forte concorrente di Rafsanjani, si è chiuso in un rigoroso silenzio. Nel suo sito web si legge che farà sapere nei prossimi giorni chi dei due contendenti appoggerà al ballottaggio.
Giornali ultrà come Keyhan e Resalat danno praticamente già per scontata la vittoria di Ahmadinejad al secondo turno. E lanciano il manifesto dei "nuovi fondamentalisti" (più esattamente si dovrebbe tradurre "principialisti", ossulgarai, i fedeli ai princìpi). ‟La gente vuole un fondamentalismo che non si nasconda, che si vanti di esserlo, che non si vesta con gli abiti altrui. I conservatori stanno andando al potere in tutto il mondo. Sono stati accettati dalla gente come un pensiero che ha forti radici. Perché i conservatori iraniani non dovrebbero credere in se stessi? Dobbiamo vantarci del nostro ricco background religioso, dobbiamo creare un nuovo fondamentalismo, che non sia chiuso dogmaticamente ma capace di concetti moderni che non cerchino però di imitare l´Occidente e non prendano a prestito lo stesso genere di propaganda elettorale e di slogan. Al mondo, che ci tiene sotto osservazione minuto per minuto, dobbiamo far vedere che ci sono altri modelli oltre alla democrazia pluralista-liberale incompatibile con la mentalità iraniana. Quella è una democrazia apparente alla quale dobbiamo contrapporre la democrazia islamica”.
Spendere miliardi in propaganda elettorale non funziona, sostiene Resalat con una stoccata contro Rafsanjani, che ha mobilitato i giovani per la sua campagna elettorale pagandoli, si dice, trenta dollari al giorno, una discreta somma per un paese in cui un impiegato dello Stato guadagna 300 dollari al mese e la disoccupazione giovanile è superiore al 25 per cento; e una stoccata anche contro Qalibaf, che ha rinunciato alla tenuta militare da ex comandante dei pasdaran per una allure disinvolta da commissario Montalbano.
I riformatori chiedono a tutti gli iraniani, e soprattutto a coloro che non sono andati a votare per non dare un crisma di legittimazione alla teocrazia, di votare per Rafsanjani. ‟Noi diciamo a tutti coloro che vogliono libertà e democrazia che non si può restare indifferenti quando i militari intervengono direttamente nelle elezioni. Dobbiamo mobilitarci per impedire una monopolizzazione del potere da parte degli estremisti”, afferma il Fronte di Partecipazione, il movimento che fa capo a Mohammad Reza Khatami, fratello del presidente. Rafsanjani, anche se è da sempre parte integrante del sistema islamico e non è certo un riformatore, si presenta come un bastione contro il fondamentalismo che farebbe ripiombare l´Iran nell´isolamento, e promette che riparerà i rapporti con gli Stati Uniti e rilancerà l´economia del paese. ‟Non ho votato venerdì scorso ma ora voterò per Rafsanjani”, ha scritto ieri il famoso poeta Sepanlu ‟e chiedo a tutti di fare come fecero i francesi per liberarsi dal radicalismo (al ballottaggio tra Chirac e Le Pen, ndr)”. Sono cominciati a circolare sms per invitare la gente a votare per Rafsanjani. Ma il premio Nobel Shirin Ebadi ha ribadito il suo no al voto anche al secondo turno. ‟Chi boicotta questo voto avrà la responsabilità del successo dei fondamentalisti” ha commentato Ebrahim Yazdi, che era stato il primo ministro degli Esteri della Repubblica islamica.
Tutti i gruppi conservatori, tranne per il momento Qalibaf, si sono schierati compatti dietro Ahmadinejav: ‟Per cancellare un processo di deviazione dai princìpi del khomeinismo durato sedici anni”, ha detto Tavakkoli. I sedici anni sono quelli della presidenza di Rafsanjani e poi di Khatami, accusati il primo di aver ignorato ‟i principi di giustizia sociale che erano stati propri della rivoluzione”, e il secondo di aver aperto le porte all´”invasione culturale dell´Occidente”.
Rafsanjani ha un vantaggio di un solo punto di percentuale rispetto a Ahmadinejav, e a Teheran, dove il 50 per cento degli aventi diritto non è andato a votare, ha avuto addirittura 200mila voti in meno.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>