Nell'estate del 1997, qualche mese dopo la vicenda della nave albanese da noi affondata nel canale d'Otranto (e dopo episodi veri o presunti di violenze commesse da migranti), si aprì la caccia simbolica e non agli stranieri, soprattutto albanesi. Ci ricordiamo tutti le proposte leghiste di campi di lavoro per clandestini, le taglie e le ronde padane. Nel 1998 fu varata la legge Napolitano-Turco, che istituiva i Cpt. In seguito, periodicamente, quasi ossessivamente, il meccanismo si è ripetuto. Non c'è reato isolato che non abbia fatto scattare il corto circuito della legge del taglione, dell'inasprimento delle misure, simboliche e reali, contro i migranti irregolari, delle sparate della Lega. In fondo, la legge Bossi-Fini è stata realizzata proprio sull'onda di questa tendenza a interpretare singoli episodi non per quello che sono, ma come ‟dimostrazioni” o ‟manifestazioni” di qualcos'altro, cioè la ‟criminalità degli stranieri”. Anche di fronte a reati come gli stupri e le violenze di questi giorni, odiosi perché colpiscono donne e persone indifese, non si dovrebbe dimenticare che si tratta, appunto, di episodi isolati, subito trasformati, esplicitamente o no, in tendenze e costanti: ‟ennesimo caso di violenza a Milano”, ‟il terzo in tre mesi”, titolava un giornale nazionale. Ed ecco che questi casi odiosi e drammatici, da confrontare con le migliaia di reati contro la persona commessi ogni anno in grandissima parte da italiani, innescano una strumentalizzazione politica ben nota. I leghisti invocano castrazioni chimiche o no, Fini (o un altro ‟moderato” di centro-destra come Pisanu) rivendica il carattere pubblico della giustizia, prefetti o questori ne approfittano per difendere la necessità dei Cpt. Magari, anche a sinistra ci si domanda, di fronte all'emozione, se in fondo il nostro non sia lassismo, buonismo, simpatia per i criminali, invece che per le vittime... La nostra vita sociale ha un suo fondo costante, piccolo o no, di violenza e questi casi non ne alterano la dimensione. In un paese in cui ogni giorno avvengono milioni di interazioni private o pubbliche. In cui esiste una violenza privata più o meno analoga a quella delle altre società occidentali (con l'eccezione degli Usa), in cui oltretutto gran parte dei reati contro la persona sono occultati nel segreto intoccabile della famiglia o nelle pieghe dell'economia informale, vanto del nostro Presidente del consiglio - questi casi dicono ‟solo” di se stessi, della diffusa violenza contro le donne, delle sofferenze che provocano. Infatti, osserviamo che il rilievo che inevitabilmente assumono è politico, nel senso di una loro immediata strumentalizzazione, di una sovra-esposizione che, pur partendo dall'emozione, va in direzione totalmente diversa dall'esigenza di giustizia. Nessuna scemenza sulle castrazioni sopprimerà la violenza subita e servirà a impedire le offese future. Semmai, bisognerebbe porre due problemi. Il primo è senz'altro nelle prese di posizione che insistono con tetra ossessività sempre sulle stesse cose: niente amnistie, niente scarcerazioni, nessuna riforma del carcere, nessuna prevenzione, nessun diritto per gli stranieri,nessun tentativo di comprendere le ragioni profonde, indirette, complesse della violenza, anche privata. Il secondo è la rinuncia di gran parte dell'opinione pubblica, talvolta anche progressista, a evitare le scorciatoie, i cortocircuiti per cui il particolare si generalizza in slogan a effetto (come se su questo punto si potesse togliere terreno alla destra...). Ed è così che l'intera società, non solo in Italia, sembra perseguire l'utopia della sicurezza assoluta, quando invece dovrebbe capire la sua incapacità di contrastare un malessere che è in se stessa, e non importato da fuori.
E allora, anche a rischio dell'insulto ("qui si fa sociologia!"), ripetiamo che le radici profonde della violenza sono esattamente nell'ossessione sicuritaria e punitiva, nella cupa indifferenza della nostra società per i diritti dei deboli, dei marginali e degli stranieri, per le condizioni di vita degli ultimi tra gli ultimi. Considerazioni che certo non spiegano gli stupri e gli omicidi. Ma alludono alle condizioni di miseria, abbandono, lotta feroce per l'esistenza quotidiana in cui versano tanti giovani, italiani e stranieri. E se tante violenze private, il disprezzo per le donne e per i deboli, nascessero proprio su questo terreno, l'esclusione dalla normalità dell'esistenza che spetta alla maggioranza garantita, l'odio per chi ha o sembra di avere? Perché non partire da qui? Certo, è molto più facile cavarsela con la truculenza o l'ennesimo giro di vite. Ma, appunto, è sul terreno della politica e della comprensione, e non del giustizialismo, che si combattono le violenze e la loro strumentalizzazioni.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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