Il gruppo Banca Intesa è disposto a cedere il suo 26,2% delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia. L’operazione, ove fosse estesa agli altri partecipanti, cancellerebbe il conflitto d’interessi implicito nel capitale della banca centrale detenuto da aziende di credito sottoposte alla sua vigilanza: un conflitto già aggravato, almeno sulla carta, dalla privatizzazione delle banche azioniste, che fa venir meno la presenza maggioritaria, secondo statuto, degli enti pubblici nella proprietà della Banca d’Italia; un conflitto che si potrebbe approfondire qualora una o più banche passassero sotto l’egida di un soggetto estero, peggio se statale, replicando l’eccezione della Ras, che ha l’1,33% e fa parte del gruppo assicurativo tedesco Allianz. La disponibilità a vendere, così com’è stata manifestata dal presidente di Intesa, Giovanni Bazoli, all’assemblea della Banca d’Italia, appare legata alla salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza dell’istituzione che l’attuale governance protegge nei rapporti con i soci e con il governo, al punto da dispiacere, per questo aspetto, a politici come l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ma una volta ottenuta la garanzia politica, per vendere bisognerebbe comunque trovare un compratore.
E la cosa non è facile. Le quote, infatti, possono essere cedute, previo parere del Consiglio Superiore, solo a casse di risparmio, istituti di diritto pubblico e banche di interesse nazionale ( tipologie ormai inesistenti), a banche derivanti dalla legge Amato Carli e ad assicurazioni ( ormai privatizzate), a istituti di previdenza. Poiché sarebbe bizzarro un Inps che dal 5 passasse al 100% della banca centrale, si deve ritenere che il soggetto a maggioranza pubblica deputato a subentrare sia tutto da identificare. La compravendita delle quote, infine, pone la questione del prezzo. Individuare un valore equo è impresa ardua. Già i partecipanti al capitale non aiutano: per un’Inps che ancora nel 2001 teneva a bilancio le quote al nominale, valutando la banca centrale 156 mila euro come nel 1936, e per un Monte dei Paschi e una Carige che restano nei paraggi, ecco una Popolare di Lodi e una Bnl che, avendo rivalutato le loro quote, stimano Banca d’Italia 4,8 e 4,1 miliardi. E gli altri soci stanno tra i due estremi. Le difficoltà, d’altra parte, sono obiettive. Secondo i principi contabili Ias/ Ifrs, le quote dovrebbero essere in genere classificate tra i titoli disponibili per la vendita, e dunque iscritte al fair value . Ma esiste un prezzo al quale le quote possano essere scambiate in modo libero e consapevole? E come fare se il rendimento del patrimonio netto effettivo della Banca d’Italia, 30 miliardi, va in misura minima ai soci?
A questi spetta una remunerazione pari al 10% del capitale sociale, e cioè 15.600 euro, e un’integrazione, proposta dal Consiglio Superiore, che può arrivare fino al 4% delle riserve ma che in pratica è molto meno, come dimostra l’esercizio 2004 nel quale l’integrazione è stata di 47 milioni, pari allo 0,5% delle riserve. Le banche, dunque, possiedono un valore patrimoniale alto del quale non dispongono e che fa guadagnare poco. Attribuendo un modesto rischio all’investimento, alla remunerazione usuale dei partecipanti corrisponderebbe un capitale di 1 1,5 miliardi. Se mai si arriverà alla riforma degli assetti proprietari, si potrà forse cercare un valore equitativo: un po’più alto di questo, ma distante dal patrimonio netto. La cui consistenza ecco l’altro punto politico potrebbe essere poi rivista dall’acquirente in relazione ai compiti che il legislatore assegna alla banca centrale. E’un processo tutto da costruire quello che la disponibilità di Bazoli può contribuire ad avviare. E dunque abbastanza lungo da concludersi dopo le elezioni politiche del 2006.
( con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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