L´ingegnere Mohammad Ali Najari, general manager della Saaco, un megaconsorzio che costruisce autostrade, ponti e oleodotti in tutto l´Iran, è un uomo molto occupato. Ma in questi giorni ha messo da parte gli impegni di lavoro per fare campagna elettorale per Rafsanjani insieme ai suoi collaboratori. A proprie spese. Paga per la pubblicazione di volantini, riceve amici, conoscenti, giornalisti, parla con gli operai delle sue fabbriche.
Tanta è la paura che venga eletto presidente Mahmud Ahmadinejad, il sindaco ultrà di Teheran, un populista che si caratterizza per un disprezzo della realtà simile a quello dei rivoluzionari dei primi anni del khomeinismo.
Allora il paese finì sull´orlo della bancarotta, fin quando Rafsanjani, durante gli anni della sua presidenza (1989-1997), cercò di cambiare strada. Ahmadinejad per fare solo qualche esempio, dice che non gli importa nulla che l´Iran entri nel Wto, l´organizzazione del commercio mondiale. E quanto ai rapporti con gli Stati Uniti, afferma: "Li avremo quando avremo esportato sul loro territorio la rivoluzione islamica".
Al primo turno, venerdì scorso, Ahmadinejad ha ottenuto un sorprendente 19,5% - solo mezzo punto meno di Hashemi Rafsanjani, l´ex presidente che era sceso in campo credendosi sicuro della vittoria. Rafsanjani è stato evidentemente abbagliato dal suo potere e dalle sue ricchezze che gli hanno fatto sbagliare i calcoli, dice un analista. Non si è reso conto di essere inviso alla gran parte degli iraniani, come si vide già alle elezioni del 2000 quando non riuscì ad ottenere un posto in Parlamento.
Le previsioni per il ballottaggio di oggi sono pertanto molto incerte. Se tutti coloro che si sono rifiutati di votare al primo turno perché non volevano fornire una legittimazione al regime teocratico, oggi si convincessero a votare Rafsanjani per evitare un male maggiore, l´ex presidente uscirebbe vittorioso. Ma andranno a votare? Una campagna di sms ha cercato di motivarli. "Bin Laden si congratula con Ahmadinejad", si legge in uno dei messaggini. Viene invocato un effetto Le Pen, "per evitare di ripiombare nell´ideologia dei primi anni della rivoluzione".
"Io credo che le università, il bazar, anche buona parte del clero, percepiscano il pericolo. Ma il tempo per organizzarsi è stato troppo poco" dice l´ingegner Najari.
Il clima a Tabriz sembra confermare che ben pochi si sono finora convinti a votare per Rafsanjani. Tabriz è una città di primati. Il primo parco dell´Iran, il primo teatro, la prima scuola materna, la prima fabbrica tessile, il primo volo in mongolfiera, sono tutte cose che la capitale dell´Azerbaijan (la regione confinante con l´omonima repubblica dell´ex Urss) ha avuto in anticipo sul resto dell´Iran. L´Azerbaijan è sempre stato la testa dell´Iran, dice l´ingegner Najari, gli azeri sono fieri della loro città e per questo portano rancore a Rafsanjani che, sostengono, "non ha fatto nulla per l´Azerbaijan quand´era presidente". "Viviamo ancora grazie alla fabbriche che fece costruire Farah Diba, che veniva da qui", ci dice un insegnante evocando l´ultima moglie dello Shah. "Se fosse stato candidato Moin, il riformatore, avrei votato. Ho sempre votato per Khatami. Ma ora preferisco dare il mio voto a Ahmadinejad. Rafsanjani non lo merita".
Sulla via Imam Khomeini solo un negozio di computer espone un manifesto di Rafsanjani. Le piccole mercerie sono piene di volantini con il ritratto di Ahmadinejad. La spiegazione è sempre la stessa: Ahmadinejad promette di combattere la corruzione. Gli iraniani fanno risalire alla presidenza Rafsanjani l´inizio di una corruzione che si è dilatata fino a diventare insopportabile. "Reshvè, reshvè, reshvè, tangenti, tangenti, tangenti. E bugie", dice il vecchio proprietario di una stamperia.
Ahmadinejad ha fatto della corruzione e del nepotismo il suo tema. "Qui trovano lavoro solo i figli di qualcuno", dice un taxista che mi accompagna a Kandouan, un sito archeologico vicino a Tabriz, con abitazioni scavate dentro rocce calcaree in cui la gente vive tuttora. "Io ho un figlio che si è laureato in ingegneria e una figlia che ha il diploma di infermiera. Ma senza conoscenze, nessuno dei due ha trovato un´occupazione decente".
Per questa immagine di duro e puro - Ahmadinejad è nato in un villaggio poverissimo e si è fatto strada nelle milizie volontarie dei basiji durante la guerra contro l´Iraq - la scelta del regime è caduta su di lui. A sorpresa.
Se il risultato del voto di oggi è come si è detto imprevedibile, di sicuro si può dire che, con i soli 4 milioni di voti andati a Moin al primo turno, esse hanno sancito il fallimento dei riformatori. Oggi in Iran non esiste più quell´alternativa che, negli anni di Khatami, poteva rappresentare una sfida alla teocrazia.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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