I comuni italiani, di ogni colore politico, non intendono privatizzare le ex municipalizzate. Vendono centrali del latte e farmacie, magari l’aeroporto, ma quando si arriva al cuore - e cioè a energia elettrica, gas, acqua, tutela ambientale, trasporti locali - la mano pubblica non molla la presa. Al massimo, i comuni collocano in Borsa delle minoranze azionarie e, quando scendono sotto il 51%, com’è accaduto con l’Aem di Milano, cambiano addirittura gli statuti per congelare il controllo pubblico. Mase gli assetti proprietari non sono in discussione, resta tutto da vedere se i municipi facciano omeno ilmestiere di azionista con piena consapevolezza.
I comuni sono holding che possiedono partecipazioni in un gran numero di società. Alcune rappresentano aziende storiche. Altre derivano dalla societarizzazione di servizi resi in precedenza dall’amministrazione pubblica. I comuni sono delle holding, ma non lo sanno o non lo vogliono sapere. Secondo una recente ricerca sulle controllate dei comuni di Roma, Milano, Napoli e Torino, fatta da Mediobanca per la Fondazione Civicum, governance eaccountability non seguono standard uniformi né adeguati ai doveri verso i cittadini. Del tutto inesistenti sono le funzioni di audit e di tesoreria centralizzate. Eppure ce ne sarebbe bisogno. Mediobanca si è sorpresa a osservare come il coacervo delle 21 società censite abbia 91,6 euro di debito ogni 100 di patrimonio netto tangibile, depurato cioè dagli avviamenti. Le utilities internazionali, chiosano i ricercatori, hanno un rapporto di 730 a 100, l’Enel di 345 a 100, Telecom Italia e Autostrade hanno addirittura patrimoni netti tangibili negativi. E tuttavia, aggiungiamo noi, stanno più o meno bene con un rating BBB+ la prima e A la seconda.
Seconda sorpresa: l’elevata liquidità. Mediobanca cita il caso dell’Atm, l’azienda municipale dei trasporti milanesi che gestisce anche la metropolitana: a fronte di debiti per 147 milioni, l’Atm mostra liquidità per ben 397 milioni, derivanti da pagamenti ricevuti nel 1997 dallo Stato non più assorbiti da una gestione finalmente equilibrata e reinvestiti in titoli di stato, obbligazioni corporate e operazioni overnight etime . La ricerca copre il 2003, ma in seguito non si registrano radicali cambiamenti. E allora, salvo il rispetto delle minoranze azionarie, ci si dovrà pur chiedere se sia saggio lasciare tanti soldi inmano a società che li tengono in cassa ed esibiscono utili di origine finanziaria quando altre ne hanno bisogno o ne ha bisogno il comune medesimo? E poi perché non imitare Enel, Telecom, Autostrade, che sono state indebitate per poter pagare elevatissimi dividendi alla proprietà?
Naturalmente, la cosa potrebbe essere fatta solo dove si generano elevati cash flow operativi ( nelle società energetiche e, ancor più, nelle concessionarie autostradali non considerate in questa ricerca) e solo quando non siano previste iniziative tali da saturare le capacità di indebitamento, com’è avvenuto per AemMilano che sta passando da un rapporto tra debito e patrimonio del 118% a uno del 270% con l’investimento in Edison e quello in vista per Atel. È difficile che governo societario, comunicazione, controllo e tesoreria centrale possano essere assicurati dall’ufficio del sindaco o dell’assessore al patrimonio. Sarebbe più efficace una holding. Un piccolo Iri? Lo si etichetti come si vuole. Certo, il ‟piccolo Iri” snello e professionale sarebbe un diaframma tra la politica e le aziende municipali e per ciò stesso potrebbe allontanare l’ombra del campanile a tutto beneficio di quei processi di aggregazione tra le ex municipalizzate che nell’energia, ove portati alle estreme conseguenze, metterebbero capo a un colosso sull’esempio della Rwe tedesca in grado di competere con l’Enel e l’Eni.
(con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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