Tre serate su Pier Paolo Pasolini, il poeta, il narratore, il corsaro. Una folla imprevedibile all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Quasi mille persone per sera. Giovani, tanti giovani, ma non solo, ad ascoltare le sue parole lette da attori (Franco Branciaroli, Giovanni Lindo Ferretti, Ottavia Piccolo, Ferdinando Bruni), cantate (da Alice), presentate dai critici ( Filippo La Porta, Alfonso Berardinelli, Paolo Franchi). Parole riascoltate in tre film: l’inchiesta Comizi d’amore, Il Vangelo secondo Matteo, lo splendido documentario di Laura Betti La ragione di un sogno con l’affettuosa testimonianza del suo amico Paolo Volponi. Un’intensità da far venire i brividi. Testimonianza di un’altra società letteraria, di un’altra passione per la letteratura e per l’impegno civile. Ogni sera una festa, da martedì scorso a giovedì, per ricordare lo scrittore, l’intellettuale forse più acuto, sensibile, irritante del nostro dopoguerra. La sensazione di avere a che fare con parole vive, capaci di parlare ancora oggi, a trent’anni dalla sua morte. La nostalgia per il suo coraggio e la sua continua imprevedibilità. Il silenzio di chi se n’era dimenticato e quello di chi forse non aveva mai frequentato le sue accese invettive contro il Palazzo e contro lo sviluppo che non porta progresso, la sua satira sul conformismo dei capelloni, le sue profetiche analisi sulla scomparsa delle lucciole, il suo pianto della scavatrice, le sue poesie in forma di rosa, le scorribande del "ragazzo di vita" Riccetto nella Roma del boom economico. La Fondazione "Corriere della Sera", con la collaborazione dell’associazione Olinda, è riuscita a ottenere quel che è riuscito, in tempi recenti, a Vittorio Sermonti leggendo Dante in Santa Maria delle Grazie, ai filosofi nella ‟Primavera di San Lorenzo”, alla Milanesiana negli anni scorsi, e a tanti altri appuntamenti culturali. È riuscito quel che è riuscito alle notti bianche milanesi, non solo con i concerti in piazza, ma con le code alle mostre e ai musei. È successo quel che succede ogni anno a Mantova con la letteratura e a Modena con la filosofia. È troppo ottimistico dire che qualcosa sta cambiando? Che non ci sono solo i reality show e i quiz e la politica dei dibattiti che credono di cambiare le sorti del mondo? Forse. Ma la folla rispettosa del Paolo Pini è una speranza (minima, per carità) contro quell’omologazione che Pasolini vedeva (apocalitticamente, certo, ma con lucidità illuminista) come il risultato di un fascismo di ritorno, che è quello del consumo. Lo diceva più di trent’anni fa. E molti si chiedevano: "Chissà che cosa direbbe oggi...".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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