Quale destino è oggi davanti all´Europa? Può bastare l´acclamato ritorno della politica incarnato da Tony Blair? E quale politica, poi?
Impallidisce, fin quasi a svanire, l´idea di un´Europa delle politiche costituzionali e dei diritti, e riemerge quella di un´area di libero scambio temperata dal modello inglese, che promette di versare nella costruzione europea qualche dose "d´olio sociale", come s´usava dire nell´Ottocento. Si può assistere in silenzio a questa vicenda, aspettando con rassegnazione quel che si deciderà nei vertici che si susseguiranno nei mesi futuri? O vi è qualche opportunità per una Europa dei cittadini?
Si dirà che l´Europa dei cittadini ha già parlato, e che la sua voce è quella dei referendum francese ed olandese. Ma questa non è una risposta. È la constatazione di un fatto che deve essere interpretato, e dal quale deve pur essere tratto qualche auspicio per le azioni a venire. Non credo, però, che si possa accettare l´interpretazione, soddisfatta e a suo modo rassicurante, di chi sostiene che è stato sconfitto il progetto liberista consegnato al Trattato costituzionale e che sarà, quindi, possibile avviare finalmente la costruzione di un´Europa solidale attraverso una più larga partecipazione dei suoi cittadini.
La realtà è ben diversa. Lo stallo del processo costituente europeo ha ridato fiato e forza proprio a chi si è battuto perché non si uscisse dalla logica economicistica del passato. L´Europa sostanzialmente liberista, che alcuni immaginano sconfitta, è la vera vincitrice di questa fase. E il tempo presente è tutt´altro che propizio all´avvio di una nuova, grande impresa costituzionale che inverta il segno che ha caratterizzato le ultime vicende.
Guardiamo l´assetto dei poteri. Il definitivo tramonto del progetto costituzionale ci consegnerebbe immutata, e persino accresciuta, la precarietà democratica che da anni affligge l´Unione, e che è argomento assai usato dai suoi critici. Per quanto debole e confuso fosse il testo del Trattato per la Costituzione, tuttavia conteneva alcuni significativi accrescimenti del potere del Parlamento e il diritto di petizione dei cittadini europei.
Si faceva così un passo comunque significativo verso quel "potere limitato" che è l´essenza della democrazia: i rappresentanti eletti avrebbero avuto maggior peso, l´esecutivo comunitario sarebbe stato più controllato, i cittadini avrebbero finalmente avuto uno strumento per intervenire sull´agenda politica dell´Unione con iniziative non soltanto nazionali, creando così anche il nocciolo di una possibile opinione pubblica europea. E la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, divenuta la seconda parte del Trattato costituzionale, indicava fini e valori ai quali l´azione delle istituzioni europee avrebbe dovuto ispirarsi, introducendo vincoli significativi all´esercizio dei poteri. La sconfitta, dunque, non soltanto rischia di rafforzare la versione liberista dell´Europa, ma di confermarne, e dunque rafforzarne, le logiche autoritarie.
Si cominciano a studiare contromosse, che sono apprezzabili, anche se danno frettolosamente per scontato il fallimento definitivo del progetto costituente. Non sempre il realismo indica alla politica la giusta strada. Nei prossimi due anni sarà indispensabile un´azione volta a dare più forti motivazioni ai cittadini e ad uscire così da una passività che può avvantaggiare soltanto chi è deciso ad abbandonare ogni ipotesi di reale rafforzamento dell´Unione europea.
Bene, quindi, i tentativi di munirsi di un paracadute, prospettando un recupero dei nuovi poteri del Parlamento e del diritto di petizione dei cittadini anche se il progetto generale dovesse essere abbandonato. Ma, se si vuol passare da una resistenza minimalista ad una vera azione politica, è la Carta dei diritti fondamentali ad offrire le maggiori opportunità.
Cominciamo con il prendere sul serio le iniziative della Commissione Barroso, che ha posto con forza l´accento proprio sulla questione dei diritti, dando ad essa una inedita rilevanza istituzionale con un incarico specifico attribuito al Vice Presidente Frattini. Non è un´impresa facile, e lo sarà ancor meno nel prossimo semestre di presidenza inglese, poiché proprio la Gran Bretagna fu il Paese che manifestò le più forti resistenze al tempo della stesura della Carta dei diritti fondamentali.
Ricordiamo, però, la ragione che indusse l´Unione ad imboccare questa strada. Il Consiglio europeo di Colonia, nel giugno del 1999, dichiarò che "la tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell´Unione europea e il presupposto indispensabile della sua legittimità". Si riconosceva pubblicamente che l´Unione non poteva fondarsi solo sulla logica di mercato, ma doveva dotarsi di una Carta dei diritti, mancando la quale l´Unione non avrebbe sofferto soltanto di un deficit di democrazia, ma addirittura di legittimità di fronte ai propri cittadini.
È un´idea antica, all´origine della democrazia moderna. "Le società nelle quali i diritti non sono garantiti, e nelle quali non è assicurata la divisione dei poteri, non hanno Costituzione". Queste sono le parole dell´articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789, nelle quali si esprime appunto l´ineliminabilità della garanzia dei diritti e dei poteri limitati.
Imboccata questa strada, può l´Europa abbandonarla? Si potrebbe obiettare che la Carta dei diritti, inserita com´è nel Trattato costituzionale, ne segue le sorti e, quindi, deve considerarsi anch´essa "in frigorifero". Ma le cose non stanno così.
L´inserimento nel Trattato aveva soprattutto la funzione di dare alla Carta quel valore giuridico vincolante che la sua sola proclamazione, fatta a Nizza alla fine del 2000, non poteva attribuirle. Da quel momento in poi, tuttavia, la Carta dei diritti fondamentali è entrata nel circuito giuridico europeo, ad essa si sono riferite corti costituzionali come quella spagnola ed italiana, sulle sue norme hanno fondato le loro decisioni giudici di molti Paesi europei, ad essa si riferiscono abitualmente gli avvocati generali nelle loro conclusioni davanti alla Corte di Giustizia delle Comunità europee.
Non solo. Già nel febbraio del 2001 un documento della Commissione Prodi aveva stabilito che tutte le iniziative legislative dovevano essere sottoposte ad un preventivo test di coerenza con quanto stabilito dalla Carta dei diritti fondamentali. Questa linea è stata ribadita, in maniera ancor più dettagliata, dalla Commissione Barroso all´inizio di maggio. E da tempo molti atti dell´Unione si riferiscono regolarmente alla Carta, la quale si è così insediata stabilmente nell´ordinamento giuridico europeo.
Questo vuol dire che la Carta ha una sua autonomia e che la travagliata vicenda del Trattato costituzionale la priva per il momento di un formale valore giuridico vincolante, ma ne mantiene intatta quella rilevanza giuridica sostanziale che già aveva acquisito nella dimensione sopranazionale e in quella nazionale. E questa constatazione è tanto più importante perché il riferimento alla Carta è in molti casi servito per dare tutela a diritti sociali, sì che oggi mantenere fermo il riferimento a essa diviene uno strumento importante proprio per contrastare i tentativi di chi vede nella logica di mercato la vera bussola per orientare il futuro dell´Unione. Né si può dimenticare che la Carta inserisce nel quadro istituzionale europeo valori non nominati dai trattati, come la dignità, l´eguaglianza e la solidarietà e che, nel suo Preambolo, afferma che l´Unione "pone la persona al centro della sua azione".
Tutto questo ci mostra come, al di là del suo valore di principio, la Carta rappresenti uno strumento che ha come suoi interlocutori i cittadini. Bisognerà farne crescere efficienza e visibilità se si vuole riconquistare la loro fiducia, se si vuole concretamente mostrare che l´Europa offre loro un concreto valore aggiunto. Non basterà organizzare forum in giro per i 25 Paesi dell´Unione, come qualcuno suggerisce, se ai cittadini non si daranno concrete opportunità di accorgersi che l´Unione serve.
Non si tratta di "salvare la Carta". Si tratta di pensare l´Europa e le sue prospettive in un´ottica meno chiusa e riduttiva, di continuare a guardare in avanti invece di prospettare rinazionalizzazioni e rassegnati abbandoni. Si tratta di dare a tutti gli europei un comune punto di riferimento. In un momento in cui si avanzano proposte di un´Unione a più velocità, si rischia una perdita di coesione tra gli europei, se alcuni si sentiranno cittadini di seconda classe. L´eguaglianza nei diritti può allontanare questo pericolo. La Carta può servire a tutto questo.
Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà (1933-2017) è stato professore emerito di Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in molte università straniere ed è stato parlamentare in Italia e in Europa. È stato presidente del Garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo dei Garanti per la privacy, ha fatto parte del Gruppo europeo per l’etica delle scienze e delle nuove tecnologie. È tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Tra le sue opere recenti: Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (il Mulino, nuova ed. 1990), Tecnologie e diritti (il Mulino, 1995), Libertà e diritti in Italia dall’Unità ai giorni nostri (Donzelli, 1997), Repertorio di fine secolo (Laterza, nuova ed. 1999), Tecnopolitica (Laterza, nuova ed. 2004), Le fonti di integrazione del contratto (Giuffrè, nuova ed. 2004), Intervista su privacy e libertà (Laterza, 2005), Perché laico (Laterza, 2009), Che cos’è il corpo? (Luca Sossella Editore, 2010), Diritti e libertà nella storia d’Italia. Conquiste e conflitti 1861-2011 (Donzelli, 2011), Elogio del moralismo (Laterza, 2011), Il diritto di avere diritti (Laterza, 2012), La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, 2013). Con Feltrinelli ha pubblicato La vita e le regole. Tra diritto e non diritto (2006) e ha scritto la prefazione a La società sorvegliata (2002) di David Lyon e a La fecondazione proibita (2004) di Chiara Valentini.

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