Da anni, nel quartiere Trieste, a Roma, incontro un mendicante che chiede l'elemosina. È un italiano di mezza età, vestito abbastanza dignitosamente, dall'accento settentrionale, che spesso si ferma all'angolo di una strada (sempre quell'angolo), si siede su una cassetta di frutta in plastica e tende la mano. Lunedì scorso, la scena consueta mi si è presentata con un dettaglio inedito, che prima ho osservato con incredulità e poi con crescente allegria. L'uomo, con la mano sempre tesa e, sul palmo, una monetina (mai tendere la mano completamente vuota: le discipline della psiche hanno già detto tutto in materia), con l'altra reggeva un telefonino, incollato all'orecchio, e conversava. L'immagine e i prevedibili commenti di alcuni passanti hanno richiamato l'eco di quelle fantastiche polemiche degli anni '60 e '70, che hanno contribuito alla formazione di molti di noi. Ricordate? Le antenne sulle baracche del Belice o nei ghetti delle periferie metropolitane, descritte sarcasticamente dai reportages delle grandi firme dei grandi giornali, come segnale di una ‟corruzione culturale” in corso, che avrebbe privilegiato il consumismo dei beni materiali superflui (la televisione, appunto, o il frigorifero) anche in situazioni sociali di estremo degrado. Una rappresentazione ‟colonialista”, parallela a quella costruita intorno ad alcuni paesi del terzo mondo, anch'essi visti come affetti da un sindrome adolescenziale (propria di chi è ‟in via di sviluppo”), che avrebbe portato quelle popolazioni a privilegiare i consumi voluttuari a scapito dei beni di prima necessità. E questo, peraltro, era il senso ultimo dei commenti di chi osservava ‟il mendicante col telefonino”, che qui chiamerò ‟Sergio”: sfrontata (e, immagino, inconsapevole) provocazione, la sua, nei confronti di una delle manifestazioni più diffuse e robuste del moralismo perbenista. I poveri, per essere apprezzati, devono essere davvero poveri e davvero virtuosi: e, del corredo di virtù richieste, la morigeratezza è, dopo l'umiltà, quella più stimata (‟e che se ne fa, delle nostre elemosine? Se le beve? se le gioca? se le sputtana con donne di malaffare?”). In altri termini, per i poveri non è prevista alcuna retorica del ‟pane” e delle ‟rose” (ricordate lo slogan del primo maggio 1908, a New York, dopo la morte di 128 operaie nell'incendio di una fabbrica tessile? ‟Vogliamo il pane, ma anche le rose”). Nessuna disponibilità, quindi, ad accettare che possano convivere l'esigenza di mezzi elementari di sussistenza e, insieme, il gusto per il lusso (il ‟lusso”, poi: stiamo parlando di uno strumento di comunicazione). Insomma, non è previsto che si possa aver bisogno (‟come il pane”, appunto) dello stretto indispensabile e anche di un po' di superfluo: ‟sogni e bisogni”, per dirla con Sergio Citti. Ora, è del tutto ovvio che qui (in questo articolo) volutamente si esagera e non si ha la minima intenzione di tracciare un'antropologia o una sociologia dei ‟nuovi poveri” (l'ha fatto la Caritas, assai puntualmente, appena qualche giorno fa); ma si vorrebbe riuscire a comunicare la ragionevole certezza che ‟Sergio” non stesse ricevendo, via telefono, gli ordini di un boss del ‟racket dei semafori”; e nemmeno stesse parlando col proprio broker per fargli comprare, d'intesa con Stefano Ricucci, uno stock di azioni Rcs. Nulla del genere. Stava solo conversando, mentre svolgeva la sua attività professionale: così come molti di noi hanno imparato a fare, con distaccata perizia. Ma - ecco la domanda importante - a chi telefonava? Le sole risposte che mi vengono in mente riguardano familiari o amici: la mamma, la moglie o l'amica, gli ex colleghi di lavoro o gli attuali compagni di ospizio o di mensa (quella di Sant'Egidio, magari). Insomma, ciò che voglio dire, in una storia che non prevede alcuna morale né alcun messaggio, è che l'organizzazione della società appare sempre più complicata e stratificata, e che le trasformazioni sociali sono assai più rapide dell'obsolescenza delle merci. Il passaggio del telefono cellulare da status symbol a consumo di massa è stato persino più veloce dell'invecchiamento delle tecnologie e del logorarsi dei materiali di produzione. Oggi, i portatili appaiono oggetti vecchi, facili a sporcarsi, facilissimi a rompersi. Il rinnovamento perseguito dalle ultime generazioni di apparecchi richiama l'improbabile lifting di chi è incapace di accettare la propria età più che il riuscito restyling di un giornale a opera di un grafico intelligente: una nonna in calze autoreggenti più che un'opera musicale rimasterizzata o La dolce vita in edizione restaurata. Ormai, i telefonini, come si dice, te li tirano dietro - nella versione standard, per lo meno - tanto sono diffusi e svalutati. Ma restano, evidentemente, un simbolo forte, seppure oltremodo sovradimensionato rispetto al valore economico e, ancor più, rispetto a quello sociale. Dunque, quel mendicante del quartiere Trieste ha fatto ciò che l'Istat e il Cnel, il ministro del Tesoro e il Cipe non sono stati in grado di fare: mostrare la fragilità e la vacuità delle ideologie del lusso, la loro deperibilità rapida e impietosa, la loro sgangherata e inelegante obsolescenza. ‟Sergio” è la rappresentazione didascalica (da ‟Calendario del popolo” degli anni del dopoguerra) di una postilla al Capitale, e ai suoi libri più geniali e profetici, quelli sulla merce (‟Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano”, dove Marx illustra implicazioni metafisiche e teologiche di una merce che ha l'ambizione di soddisfare ‟bisogni umani di qualunque specie”, materiali e spirituali). E, insieme, ‟Sergio” mette in scena una glossa iperrealista all'analisi di uno dei grandi economisti del '900, quel Piero Sraffa di Produzione di merci a mezzo di merci. Ma, per la salvezza dell'interessato e nostra, evitiamo di dirglielo, a quel mendicante: il rischio è che Tim o Vodafone ne ricavino una linea di telefonini, chiamata - che so? - ‟sfigato-phone” (o ‟borderline-phone”), con ‟Sergio” testimonial al posto della invadente Megan Gale: e, sullo sfondo, invece dell'insopportabile Uomo comune di Vasco Rossi, Servi della gleba di Elio e le Storie tese. Però, davvero, non diteglielo a quel signore con la mano tesa e il telefonino all'orecchio, chè poi si monta la testa. Non telefonategli, mi raccomando.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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