Sarayaco è raggiungibile solo dal fiume, o dal cielo: la strada si ferma parecchi chilometri più a ovest, a Canelos, sul limitare della regione amazzonica dell'Ecuador. Piccola città (o sarebbe meglio dire grosso villaggio) fluviale sul Rio Bobonaza, un affluente del Rio delle Amazzoni, Sarayaco è da tre anni al centro di una battaglia feroce tra la comunità indígena locale e una compagnia petrolifera, la Cgc argentina (Compania general de Combustibles, nota anche come San Jorge). Battaglia vincente per la popolazione di Sarayaco, per il momento: l'azienda ha dovuto fermare i lavori preliminari cominciati nel 2003. ‟Secondo la costituzione ecuatoriana, lo stato non poteva dare una concessione nel nostro territorio senza una consultazione previa della comunità”, spiega Faranklin Toala, un giovanissimo attivista Sarayaco che incontro nella capitale ecuadioriana Quito: siamo nella sede di Accion Ecologica, organizzazione ambientalista e per la giustizia sociale che da parecchi anni lavora con le comunità di zone petrolifere, tutte nelle regioni amazzoniche del paese. Franklin indica una mappa delle concessioni petrolifere della sua provincia, quella di Pastaza: Sarayaco è proprio al centro del ‟blocco” dato in concessione alla Cgc, e confina a nord con un blocco dell'Agip petroli. ‟Eppure l'azienda aveva cominciato a entrare, da nord e da ovest, senza preocuparsi di consultazioni né d'altro”, continua Franklin. L'esercito, spiega, gli garantiva il servizio di sicurezza armato: solo quando sono cominciate le proteste i militari, in un confronto diretto con la comunità locale, ha accettato di ritirarsi. Soprattutto, ‟l'azienda ha cercato l'appoggio di altre comunità indigene, in modo da creare un conflitto intercomunitario”. Il risultato è che la Cgc ha sospeso i suoi lavori, ma da tre anni la comunità di Sarayaco vive isolata, accerchiata: il fiume, unica via d'accesso se si escludono gli aeroplanini che possono posarsi sulla minuscola pista d'atterraggio, non è transitabile. A monte sono i Canelos a bloccarlo. A valle è la piccola comunità degli HatunMolino: ‟Sono tre famiglie, una piccola comunità evangelica. Hanno accettato di lavorare per la compagnia”. I Sarayaco vivono così assediati: ‟L'aereo è costoso. E non potersi muovere rappresenta una pressione materiale e morale molto forte”.
L'assedio fisico non è l'unica pressione a cui devono resistere i Sarayaco. Ci sono le accuse: ‟Al Congresso (il parlamento nazionale, ndr) è stato detto che il problema qui è rappresentato dalla guerriglia e dal narcotraffico: non sanno neppure la geografia del paese, qui siamo lontanissimi dal confine con la Colombia”, fa notare Franklin. Le minacce: il nostro interlocutore racconta di quella volta, gennaio 2004, che tutta la comunità aveva deciso di marciare a Canelos per protestare. Sono stati attaccati ancora prima di arrivare. ‟Lucio Gutierrez, il presidente deposto appena due mesi fa, aveva dichiarato Sarayaco un problema di sicurezza nazionale: significa che passa sotto la diretta responsabilità dell'esercito e della presidenza” Cita episodi di minacce a dirigenti della comunità, arresti arbitrari, torture. Con l'appoggio di Accion Ecológica i Sarayaco si sono rivolti alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, portando testimonianze e filmati: la Commissione ha accettato di aprire un caso nei confronti dello stato ecuadoriano per violazione dei diritti fondamentali di un popolo indigeno. ‟per trent'anni ci hanno detto che lo sviluppo dell'Ecuador dipende dal petrolio”, aggiunge Marcelo Orellana, di Accion Ecologica:,”la realtà è che il petrolio è sfruttato ma noi siamo più poveri di prima”. Lui parla di ‟un piano strategico per dividere le comunità indigene, generando conflitti tra le une e le altre”. Accusa: lo stato non osserva i suoi obblighi costituzionali verso le comunità indigene del paese. ‟Ma abbiamo stati deboli, classi dirigenti corrompibili. Soccombono facilmente alle pressioni di aziende multinazionali”. Per questo i Sarayaco vogliono interessare del loro caso istituzioni internazionali, magari il Parlamento europeo.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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