L'assassinio del sindacalista Michele Presta ha il sapore amaro di una vicenda d'altri tempi, quando gli omosessuali vivevano in una torbida oscurità rischiarata solo di tanto in tanto dai lampi della tragedia e dello scandalo. E ci ricorda che non tutti viviamo nella stessa epoca per quanto riguarda le nostre libertà interiori ed esteriori. Si potrà dire che nel caso specifico del ricatto faceva parte anche la minaccia di rivelare, oltre all'omosessualità, prestazioni sessuali mercenarie. Ma questo serve caso mai a rafforzare l'impressione che drammi come questo maturino molto più facilmente, se non esclusivamente, in un contesto dominato dalla sessuofobia e dall'ipocrita morale del ‟si fa ma non si dice”. Si può poi anche obiettare che non è il caso di scaricare meccanicamente sulla società tutte le responsabilità delle paure e delle insicurezze individuali. Ma se guardiamo al modo in cui questa vicenda è stata trattata da alcune cronache abbiamo qualche serio indizio del fatto che il contesto ha un suo peso non trascurabile. L'Arcigay ha denunciato per l'ennesima volta episodi di ordinaria omofobia giornalistica, tratti da stampa, tivù e siti internet, con titoli come ‟Ucciso dai gay” o espressioni come ‟squallidi amori tra persone dello stesso sesso”.
Da notare, poi, che l'uomo che ha confessato l'omicidio e i suoi presunti complici sono stati immediatamente e senza incertezze definiti ‟gay”. Nei confronti di Michele Presta - unanimemente ricordato come un dirigente sindacale valido, coraggioso e benvoluto - sono state usate invece tutte le cautele e tutti i giri di parole possibili per evitare di etichettarlo esplicitamente come omosessuale. Può essere una forma di rispetto postumo per una persona che non voleva mettere in piazza la propria vita privata, ma non cancella l'impressione che nel genere letterario della cronaca nera la parola ‟omosessuale” non si addica agli eroi positivi, mentre calza sempre a pennello ai cattivi.
Capita perfino, ancora oggi, che gay più anonimi e meno amati di Presta, quando vengono uccisi in circostanze simili a quelle di cui è rimasto vittima il sindacalista calabrese, finiscano per essere caricati post mortem della responsabilità di ‟essersela andata a cercare”. Vengono implicitamente descritti, insomma, come corresponsabili del proprio assassinio. C'è bisogno d'altro per concludere che il termine ‟gay” ha ancora un significato infamante nel senso comune? Anche questa, forse, è una chiave per capire cosa possa spingere a vivere clandestinamente la propria omosessualità un dirigente dell'organizzazione sindacale che in questi anni più si è impegnata per combattere le discriminazioni in base all'orientamento sessuale dentro e fuori il posto di lavoro. Permane una dissociazione evidente nel modo in cui si parla e si scrive di omosessualità in Italia. Se si tratta di rivendicazioni politiche o discorsi culturali prevale, salvo che all'etrema destra, il linguaggio politicamente corretto. Ma quando le notizie sono di ‟nera” si torna con riflesso pavloviano agli anni Cinquanta e allo ‟squallido mondo degli omosessuali”. Come se davvero gli omosessuali vivessero in un mondo a parte. C'è da dire che da noi l'abitudine di offendere gay, lesbiche e transessuali è diffusa soprattutto trai membri del governo (vedi Calderoli e Tremaglia) e della maggioranza parlamentare che lo sostiene, nonché tra le altissime gerarchie della chiesa cattolica. Questo non contribuisce certo a svecchiare i pregiudizi dei cronisti e di chi li legge.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>