Si è appena diradata la polvere delle spaventose esplosioni di Londra e subito si vede un paesaggio devastato. Non parlo delle conseguenze di vili attentati, di cui non sappiamo quasi nulla. Parlo del modo in cui esseri umani responsabili a cui sarebbe toccato di dare un senso di presenza, di guida, di coraggio, si sono comportati, le cose che hanno detto, i gesti simbolici che hanno fatto.
È inevitabile notare la divisione profonda fra chi governa e chi è governato. In Inghilterra tutti coloro che parlano perché sono stati protagonisti e hanno rischiato di essere vittime delle esplosioni, i pochi che i cronisti televisivi hanno trovato nelle strade deserte, isolati, spaventati, parlano con dignità del terrore che hanno provato, dello shock che hanno subìto, dell’orrore e della sorpresa per il momento spaventoso che hanno vissuto.
In Europa, altri cittadini hanno improvvisato, come a Roma, fiaccolate e manifestazioni per dire ‟siamo tutti insieme”. Non volevano dire: ‟andiamo tutti insieme a combattere”. Chi? Dove? Parlavano di solidarietà e di identificazione fra vittime.
Ma non sembra che in alto questo sentimento sia stato capito. In Inghilterra si comincia con le parole della regina. Dice: ‟Non ci piegheranno. Non cambieranno il nostro stile di vita”. La frase era così dolorosamente banale, di fronte a quei morti ancora senza numero e ai settecento feriti, che dopo poche ore si è cominciato a tradurla o a ripeterla con una modifica: ‟il nostro modo di vivere”, per far capire che non si parlava della sfida per difendere l’ora del tè. Si parlava della vita democratica.
Nelle prime ore anche il Vaticano è intervenuto con una frase infelice e (per fortuna) subito cambiata. Definiva l’attentato un atto di ‟guerra anti-cristiana”, come se quei morti e quei feriti fossero un simbolo non dei diritti umani e civili conquistati insieme da tanti uomini e tante culture diverse, ma la esclusività di una Chiesa, come se l’attentato fosse un segno indirizzato, chissà come, dalla sotterranea londinese a Piazza San Pietro.
In Inghilterra si sente la voce di Blair. Possiamo, dobbiamo perdonargli, in queste ore di immensa emozione, di essere stato meno straordinario e preciso del solito nel linguaggio, che è il suo grande strumento. Ma quella sua esortazione alla ‟vittoria finale” (‟vinceremo perché siamo più forti”) è come il lapsus rivelatore di una dichiarazione che lo fa apparire cittadino del passato. La regina parla di stile, il Primo ministro di vittoria immancabile, facendo capire lo spaesamento di tempo e di luogo in cui sembrano vivere. C’è shock ma non c’è traccia di consapevolezza della tragedia immensa e senza volto che ci riguarda tutti. C’è una sterilizzata mentalità militare che invoca stile e disciplina per riorganizzare le file dopo un colpo subìto. Del resto la visita della regina ai feriti, col dono di mazzetti di fiori alla sovrana, con sorrisi distanti e benevoli, con vezzosi inchini di corte delle infermiere meglio educate, hanno subito dato all’evento un’aria ‟1918” senza alcun rapporto con il fatto appena avvenuto.
Ma la situazione difficile che potremmo intitolare ‟Il giorno dopo le stragi di Londra” si fa più penosa se ci si sposta in Italia. Qui non solo si trova il vuoto - un vuoto arido e privo di quell’immediato slancio di solidarietà che è stata la prima risposta americana alle Torri. Qui, in Italia, sui giornali, nelle interviste, nella rassegna di ‟dichiarazioni degli esponenti politici” si trova un triste brancolare nel buio in cui si dicono e si ripetono i peggiori luoghi comuni. Non riguardano il terrorismo, una maledizione sconosciuta e neppure scalfita dalla guerra catastrofica scatenata fino ad oggi, una maledizione che ormai condiziona la nostra vita.
Qui si tratta della loro esposizione in vetrina con l’unica preoccupazione di farsi trovare dalla parte giusta. Si discute, in modo quasi pettegolo, dei veri nemici (la delinquenza dei dimostranti del G8, l'atteggiamento imbelle della sinistra, che invoca il ritiro dall’Iraq). E non si accenna a coloro che con felpata e perfetta organizzazione, hanno dislocato e fatto scoppiare sincronicamente le bombe. Non una parola o un’idea sul che fare adesso, qui, nelle nostre città, contro questo pericolo che sentiamo vicino.
Probabilmente mai la classe dirigente del nostro Paese - o almeno la parte di essa che guida il governo - si è comportata in modo così squallido e così inadeguato, giornalisti e politici. Pensate che il peggio non è Calderoli (‟prepariamoci a mostrare i denti”), il peggio non è l’invocazione ad incrementare la caccia ai clandestini (i disperati salvati al naufragio sul gommone), dopo che l'inchiesta americana sulle due Torri ha dimostrato (e probabilmente dimostrerà l’inchiesta inglese) che eventi tragici e accurati come questi sono sempre realizzati da persone in perfetto ‟status” legale, che si muovono alla luce del sole e non hanno nulla da temere, mentre aerei europei carichi di disperati partono verso non identificati territori di morte, per ‟rimpatriare i clandestini”. Il peggio non è neppure Berlusconi che espone il petto, si mette subito accanto a Blair e a Bush, e intanto compie il gesto furbo (ma pur sempre apprezzabile) di annunciare il ritorno a casa di 300 soldati. Mentre il mondo sosta angosciato sulle macerie londinesi da cui non sono ancora stati disseppelliti i morti, sulla mancanza di un minimo di strategia difensiva, sotto la guida di un governo che si era fatto credere - e che tutti credevano - impenetrabile e imbattibile e comunque fautore di una strategia - la guerra preventiva - definita la sola utile per sradicare il terrorismo; mentre persone perplesse e intelligenti, nei governi del mondo, si domandano dove, come, si intercetta un simile nemico senza buttare all’aria ciò che quel nemico vuol buttare all’aria (il rispetto dei diritti umani e civili di tutti gli uomini e donne presenti in un Paese a qualsiasi titolo), in questa Italia devastata non ancora dalle bombe ma da una penosa mancanza di ritegno e di rispetto per noi stessi, ci sono state nell’ordine queste tre prese di posizione.
Uno: urge la nomina a senatore a vita di una signora, che essendo brava ed esasperata scrittrice, porterà con sé la formula di salvezza (parole di Luca Volonté, il capogruppo Udc alla Camera, dunque politico rilevante nell’area cosiddetta moderata e cristiana). Due: ‟Gliela faremo pagare” (titoli di ‟Libero”, ‟La Padania” e altri giornali del circo di destra che non hanno sospeso lo spettacolo neppure in segno di lutto). Tre: diamo il via alla guerra di religione (e qui non ci si riferisce alla gaffe subito corretta della diplomazia vaticana, ma alla stampa autorizzata del circo personale del presidente del Senato Marcello Pera).
Forse qualcuno ricorderà il vecchio e celebre film americano ‟L’asso nella manica”: mentre un uomo giace semisepolto sotto una frana, un giornalista ambizioso organizza un grande show di radio e televisione, in luogo del salvataggio, così che tutti, con i loro peggiori sentimenti (compresa la finta condivisione prima del dolore, poi del lutto) possano partecipare. Aggiungete al senso di squallore di quello spettacolo le continue bordate di insulti a Zapatero, il traditore e l’infame, e minacce a tutta l’opposizione se - mentre si ritirano i primi 300 soldati secondo il modello Berlusconi di fare e disfare, usare e obbedire - deciderà di votare contro la permanenza degli altri italiani nei bunker blindati, immensamente pericolosi ma totalmente inutili, di Nassiriya.
Osservate questo spettacolo desolante e vi rendete conto che, nel momento peggiore della breve ma tribolata storia dell’Unione Europea, l’Italia sta rispondendo con il suo peggio di stupidità, di egoismo, di povertà politica, di mancanza di ritegno e pudore di fronte a un massacro. Che cosa resta di quella ‟speranza dell’umanità” a cui Blair, con una sua frase felice, ha accennato alla chiusura del suo modesto G8?
Resta, e non vi sembri assurdo, non tutto l’aiuto economico promesso e necessario all’Africa, ma un po’ di aiuto. Non la guerra alla povertà di cui si era dato l’annuncio, ma qualche cancellazione di debito e qualche sostegno. Non l’affarismo ottuso che vuole sfruttare fino all’ultimo ciò che resta del pianeta, ma una dichiarazione di principio che riconosce almeno gli immensi problemi che quell’affarismo crea, e che generano alcuni dei nostri mali peggiori. Naturalmente la speranza delle donne e degli uomini della terra, sia nelle parti agiate che in quelle povere, è molto più alta.
Sta cercando i suoi leader per esprimersi. Finora ha trovato persone modeste che invece di darsi da fare per circondare e isolare l’estraneità profonda del terrorismo a tutto ciò che è umano, pensa di fare la faccia feroce e vuole rispondere allo stesso modo, e per giunta alla cieca. Perché loro vedono noi ma noi non vediamo loro. Eppure, rifiutando le mappe del mondo che da tempo non distinguono più fra Occidente e barbari, e non distinguono più fra cristiani e infedeli senz’anima, ricalcano i percorsi che hanno preceduto le crociate. E sognano, predicano, se possono, impongono, terrore contro terrore.
È un percorso del quale c’è da avere paura. E infatti tutti abbiamo paura. È l’unico sentimento che, in questa epoca balorda, ci unisce. E allora, sia per vivere che per morire, non sarebbe meglio far vedere, con civiltà, con intelligenza, con buona comprensione dei fatti e rispetto per le persone, che non siamo affatto pronti a ricevere e ad accettare, da alcuno, alcun messaggio di morte, e che ci sentiamo uguali non agli ‟occidentali” che invocano sangue, ma agli altri Europei, agli altri Arabi, agli altri cittadini del mondo che a milioni rifiutano il terrorismo, e non vogliono la guerra che nutre il terrorismo, e dunque insieme alle altre democrazie, con o senza radice cristiana, che al terrorismo sono estranee, alla civiltà del mondo che rifiuta la morte come conquista?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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