‟Consolatorio”: c’è stato un periodo in cui si poteva trafiggere un libro, un film, una canzonetta, con questo temibile aggettivo che significava insincero e kitsch, dunque senza valore estetico. Sul Corriere del 30 giugno l’antico aggettivo è riapparso, severo come ai bei tempi, all’interno di un’intervista a Sergio Cofferati. Tema dell’intervista, il film Blade Runner, proiettato a Bologna col sindaco come introduttore e padrino. ‟Presenteremo la versione dell’autore”, ha dichiarato non senza una sfumatura d’orgoglio Cofferati, ‟non quella consolatoria”voluta dai produttori, col suo incongruo happy end. Peccato! Blade Runner mi piace quasi tutto, ma il lieto fine cui accenna Cofferati è fra le cose che preferisco e ricordo più spesso. Non ho né lo spazio né la possibilità di raccontare quella memorabile scena ( mi trovo in una casa di montagna, senza cassette a disposizione), ma mi basterà citare a memoria le ultime parole perché chi l’ha vista se la ritrovi davanti: ‟Non so per quanto tempo vivremo insieme, ma chi è che lo sa?”. Lo diceva la voce fuori campo di Rick, sullo sfondo di un cielo azzurro (il primo in tutto il film), fuggendo dall’inferno di Los Angeles con Rachel, la bellissima ‟replicante”programmata senza data di scadenza. Forse non era un pensiero ‟profondo”, ma un bel film o un bel libro non hanno l’obbligo della ‟profondità”: conta di più la cosa giusta al momento giusto. Fuori dalla prigione delle loro ‟identità”, e senza più curarsi di chi era uomo e di chi era macchina, Rick e Rachel si amavano perché si scoprivano ugualmente effimeri e ugualmente all’oscuro del proprio destino. Chi di noi non ha pensato, a proposito del proprio partner, la stessa cosa che Rick, il cacciatore di androidi, dice con parole semplicissime? Certo, la scena poteva apparire ingenua e idilliaca (perché mai l’idillio dovrebbe scandalizzare?), ma conteneva anche un sottinteso perfido: le inattese immagini di cielo azzurro e montagne erano le stesse che appaiono all’inizio di Shining di Kubrick, film che difficilmente potrebbe essere definito idilliaco. Per me quel finale resta un colpo d’ala; altri, incluso quel parziale ‟autore”che è il regista (‟parziale” perché un film ha sempre molti autori), lo hanno trovato insoddisfacente; Cofferati lo giudica incongruo e ‟consolatorio”. Pazienza! La verità è che molti giudicano ancora il ‟lieto fine”un perverso espediente messo a punto a Hollywood per assopire le masse. Ma non è così: già Dante e lo Shakespeare delle commedie lo praticavano da maestri. Per quanto mi riguarda, gradisco e mi sembra civile che l’autore o gli autori mi accompagnino alla porta dell’edificio che ho visitato, e si congedino da me con un sorriso cortese, possibilmente non privo di qualche indefinibile intesa ironica; e se vogliono ‟consolarmi”, chemi ‟consolino”pure. Sono per i finalimorbidi, non claustrofobici.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>