Cinque mesi. Soltanto cinque, brevi mesi è durata la tregua del terrore in Israele. Ieri, a cinque settimane dell’atteso ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza, la Jihad islamica ha ripreso la strategia degli attentati kamikaze contro i civili. Due attacchi, a pochi secondi uno dall’altro, nella cittadina costiera di Netanya e nella colonia ebraica in Cisgiordania di Shavei Shomron, miravano alla strage. I morti israeliani sono almeno tre, i feriti una trentina. Solo il caso ha evitato conseguenze più gravi.
A Netanya l’attentatore si fa saltare troppo presto. Ahmed Abu Khalil, diciottenne impaurito proveniente dal piccolo villaggio di Attil (15 chilometri più a est), arriva sulle strisce pedonali con la sua cintura di esplosivo. Vorrebbe entrare nel grande centro commerciale Hasharon, ma come in tanti altri casi simili è scoraggiato dagli uomini della guardia civile che controllano gli ingressi e sceglie di farsi saltare in aria all’aperto, vicino a un gruppo di ragazzini. Sono quasi le 18, la strada è piena di gente. La scena che segue è ben nota agli israeliani dal tempo delle prime azioni kamikaze nel 1994. ‟Ho sentito un grande scoppio alle mie spalle. Lo spostamento d’aria mi ha gettato a terra tra vetri infranti, sangue, schegge e urla. Subito dopo ho visto un’anziana seduta sull’asfalto, i vestiti e i capelli in fiamme. Ma lei non faceva nulla, assolutamente nulla. Era come in trance. Sono stati i primi soccorritori a spegnere il fuoco” ha raccontato poco dopo alla televisione Janel una diciassettenne in lacrime. Muoiono tre donne, tra i feriti almeno quattro sono gravissimi.
Per gli abitanti del quartiere le immagini dell’attentato riportano alla mente quelle terribili della Pasqua ebraica del 30 marzo 2002, quando un altro kamikaze causò 30 morti nel Park Hotel, a poche centinaia di metri da qui. Allora l’attentatore era entrato nella hall dove si stava svolgendo una grande festa famigliare. Quella sera il governo Sharon decise di lanciare il ‟muro di difesa”, l’operazione militare di risposta che condusse allo sventramento del campo profughi di Jenin: i morti furono una cinquantina, in grande maggioranza militanti islamici che proprio tra le baracche del campo avevano impiantato i loro laboratori per la costruzione delle bombe. Quasi in concomitanza con l’attacco su Netanya la Jihad aveva pianificato di seminare terrore nella colonia di Shavei Shomron. In questo caso la dinamica dell’operazione getta luce sull’atmosfera di minacce e intimidazioni imposta dalle cellule fondamentaliste contro la stessa popolazione palestinese. Sembra infatti che l’attentatore, un giovane del villaggio arabo di Mazrat Sharkia, non lontano da Tulkarem, una delle città più importanti della Cisgiordania, fosse stato catturato due settimane fa dalle squadracce islamiche con l’accusa di ‟collaborazionismo” con gli israeliani. Per lui solo un modo per riscattarsi ed evitare rappresaglie anche contro la sua famiglia: immolarsi come shahid (martire) in un’azione contro gli israeliani. Così ieri sembra che la polizia israeliana l’abbia trovato ferito, legato alla sua autobomba, ma ancora in vita. Era infatti riuscito a superare il posto di blocco all’entrata dell’insediamento. Ma poi l’ordigno non ha funzionato. E lui è rimasto ustionato dalle scintille del detonatore, quindi è stato catturato.
Cosa avverrà adesso? In passato il governo Sharon aveva minacciato di bloccare il ritiro da Gaza se gli estremisti avessero infranto la tregua negoziata in gennaio e febbraio prima tra il nuovo presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e i leader di Jihad e Hamas. Poi con Israele. Una tregua che tutto sommato tra alti e bassi, incluso il problema dei tiri di razzi contro le colonie ebraiche di Gaza e i villaggi israeliani prospicienti, aveva però funzionato. I media locali ricordavano ieri sera che l’ultimo attentato suicida era avvenuto il 25 febbraio 2005, quando 5 persone erano morte e una cinquantina rimaste ferite nello ‟Stage Club” sul lungomare di Tel Aviv. Da allora si può andare nei luoghi pubblici più rilassati. Merito un po’di tanti fattori: il muro di sicurezza in Cisgiordania, il nuovo dialogo tra Mahmoud Abbas e Sharon, la promessa del ritiro da Gaza, la prospettiva della ripresa del processo di pace, ma anche una grande stanchezza tra i ranghi della violenza a quasi 5 anni dallo scoppio della seconda intifada. Ieri, dopo le rivendicazioni della Jihad islamica, i responsabili dell’Autorità palestinese si sono affrettati a condannare gli estremisti. ‟Vogliono boicottare il ritiro da Gaza, fanno il gioco della destra ebraica” ha dichiarato il negoziatore Saeb Erekat. ‟Condanniamo questo attacco terroristico” ha detto in serata il presidente Abbas ai giornalisti. ‟È un crimine contro il popolo palestinese. Nessun vero patriota può attuare questo tipo di operazione proprio prima che Israele si ritiri dalle 21 colonie a Gaza. Coloro che ne sono responsabili devono essere puniti”. Indubbiamente cresceranno le tensioni tra Abu Mazen e gruppi islamici. In serata si è riunito quindi lo Stato maggiore dell’esercito israeliano. Ma, secondo la radio militare, si vorrebbero evitare ‟azioni drastiche”. E specificano: ‟Risponderemo in modo pacato”. Annullato intanto l’incontro tra il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz e il responsabile del ritiro per i palestinesi, Mohammed Dahlan.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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