Lo spaventoso spettacolo di una grande città sprofondata ancora una volta nel caos e nel dolore sottolinea uno dei maggiori fallimenti della guerra al terrorismo guidata dagli Stati Uniti: la mancata cattura di Osama bin Laden.
Washington deve prendersela per lo più con se stessa. Trasferendo risorse, uomini, satelliti di sorveglianza in Iraq, gli Stati Uniti non solo hanno allentato la stretta su bin Laden, ma hanno anche dato ai talebani, ad Al Qaeda, ai baroni della droga e ai signori della guerra tempo e modo per riorganizzarsi in Afghanistan.
E infatti non è un caso che gli attacchi degli insorti stiano causando, in quel Paese, l’estate più sanguinosa dal 2001.
Ma ci sono buone ragioni per cui parte della frustrazione dell’America per questa situazione è stata recentemente diretta sul Pakistan che sente crescere la pressione americana intesa a dare sul serio la caccia a Osama bin Laden. Sono passati i giorni in cui i funzionari americani dicevano vagamente che bin Laden si trovava da qualche parte lungo il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Il vicepresidente Dick Cheney e il direttore della Cia Porter Gross hanno detto di sapere dove si trova bin Laden e che non si trova in Afghanistan lasciando intendere che si trova in Pakistan. Zalmay Khalilzad, ex ambasciatore americano a Kabul e attualmente inviato a Baghdad, è stato più esplicito e ha detto che bin Laden si trova in Pakistan.
L’esercito del presidente Pervez Musharraf ha catturato 500 militanti di Al Qaeda e li ha consegnati agli Stati Uniti e ha perso oltre 500 soldati combattendo contro Al Qaeda nelle impervie zone tribali. Ma la realtà è che Musharraf è poco incentivato a catturare bin Laden e potrebbe persino rientrare negli interessi dei militari tenerlo in vita senza necessariamente sapere dove si trova.
I militari pakistani temono che l’alleanza con gli Stati Uniti sia di corto respiro basata sulla collaborazione nella guerra al terrorismo mentre l’alleato di lungo periodo di Washington nella regione è l’India, rivale del Pakistan, con la quale gli Stati Uniti il 29 giugno hanno firmato un accordo decennale di difesa strategica. Secondo questa logica l’America non puo’ liberarsi del Pakistan fin quando prosegue la guerra al terrorismo e bin Laden deve ancora essere catturato. L’esercito pakistano è in collera anche con il presidente afgano Hamid Karzai per aver concesso all’India un punto d’appoggio strategico nel suo paese e con gli americani per non averlo impedito. Il governo pakistano sostiene che l’India sta utilizzando il suolo afgano per sostenere una insurrezione ad opera dei nazionalisti nella provincia del Baluchistan.
I militari pakistani sono ansiosi di conservare la loro influenza politica sulla popolazione Pashtun afgana nell’Afghanistan orientale, influenza che va avanti dal 1989 e alla quale non vogliono rinunciare.
Di conseguenza chiudere gli occhi sugli spostamenti di bin Laden e sul reclutamento dei talebani in Pakistan garantisce all’esercito un certo potere sia su Washington che su Kabul. Questo potere è stato evidente durante le elezioni presidenziali dell’anno passato in Afghanistan: solo dopo un incontro privato tra Musharraf e il presidente George W. Bush cessarono misteriosamente gli attacchi talebani per tutta la durata delle elezioni.
Al tempo stesso la sopravivenza politica di Musharraf dipende in parte dal non catturare Osama bin Laden. Attualmente in Pakistan l’anti-americanismo e la simpatia per bin Laden sono maggiori di quanto non fossero immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre. Gli alti gradi dell’esercito non hanno interesse a provocare le reazioni terroristiche e l’accresciuto estremismo che farebbero certamente seguito ad una eventuale cattura o uccisione di Osama bin Laden in territorio pakistano.
Nel frattempo Musharraf ha fatto in modo di non inimicarsi i fondamentalisti pakistani alleandosi con i piu’ grandi partiti fondamentalisti islamici del Pakistan che idealizzano bin Laden e controllano le due province che confinano con l’Afghanistan. Se bin Laden venisse catturato, i fondamentalisti potrebbero rompere l’alleanza lasciando Musharraf in una condizione di isolamento politico.
Dov’è quindi bin Laden? Con ogni probabilità si nasconde dove non è presente in forze l’esercito pakistano. Nelle zone settentrionali al confine con la Cina e l’Afghanistan le montagne del Karakorum confluiscono nella catena del Pamir formando un perfetto nascondiglio a quote elevate e scarsamente popolato. Nel Baluchistan la presenza dell’esercito è minima e i talebani sono attivi. Una terza possibilità è rappresentata dalle grandi città pakistane dove sono stati sin qui catturati tutti gli operativi piu’ anziani di Al Qaeda. La carneficina di giovedì a Londra è probabilmente molto remota dalle macchinazioni della politica nel sud-est asiatico, ma resta il fatto che fin quando i leader mondiali non prenderanno in considerazione i timori che guidano i capi politici e militari del Pakistan, ivi compresa la percepita minaccia dell’India, il terrorismo e l’estremismo continueranno a trovare terreno fertile in Pakistan.

© International Herald Tribune
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Ahmed Rashid

Ahmed Rashid

Ahmed Rashid (1948) è stato corrispondente per la “Far Eastern Economic Review”, attualmente scrive per “Daily Telegraph”, “International Herald Tribune”, “The New York Review of Books”, “Bbc Online”, “The Nation”. Suoi articoli in italiano appaiono su “Internazionale”. Compare regolarmente su canali internazionali di informazione come Cnn e Bbc. Segue i conflitti in Afghanistan da prima dell’invasione sovietica del 1979 ed è stato per lungo tempo l’unico giornalista accreditato nell’area. Feltrinelli ha pubblicato Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale (2001, 2010), Nel cuore dell’Islam. Geopolitica e movimenti estremisti in Asia centrale (2002), Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo (2008, premio Terzani 2009) e Pericolo Pakistan (2013).

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