Ogni mattina d’estate il signor Alberto Manotti, pensionato di Boretto, guada il Po davanti a casa sua, approda sull’isola di candida sabbia che la magra del fiume gli regala, la dichiara suo possedimento personale, ci pianta la bandiera rossa con falce e martello, poi si sistema con la sdraio davanti al ‟tukul” di vimini che rifà ogni anno daccapo, e si gode il suo pane e mortadella nell’unico spazio mondiale di comunismo realizzato.
A Quingentole, più a valle, un paesotto di trecento anime dove il fiume diventa mantovano, Lanfranco Frigeri, a 85 anni, dipinge le sue tempere in mezzo alle zanzare, ultimo pittore surrealista del mondo. Trovi gente così sulle acque d’Italia. Nel Paese degli autogrill chi si ricorda più dei fiumi. Persino il Po non lo conosce nessuno. È diventato zona franca per originali. I fiumi, si pensa, sono acqua che va. Uno scolo per la pioggia verso il mare. Invece, sono creature. Hanno ciascuno un’andatura, una personalità, un colore, una voce. Te ne accorgi quando ti mancano.
In Val Bavona, in fondo al Lago Maggiore, vendettero il fiume ai signori delle dighe, ma poi, quando il mormorio scomparve, fu il panico. Non c’era più la ninna nanna che aveva cullato i paesi per secoli. Il trauma fu tale che la valle rifiutò l’energia elettrica, per chiedere scusa al fiume. Il Piave stessa cosa. Una volta ‟mormorava”. Ma da quando l’hanno dichiarato ‟fiume sacro della patria”, gli stessi finanziatori della Grande Guerra e poi del fascismo l’hanno stuprato senza pietà, ridotto a un rigagnolo in un mare di ghiaie, desertificato con il crimine del Vajont. Il Piave, dicono, ha salvato l’Italia. Ma l’Italia non ha salvato il Piave. Lo ha mangiato per far ‟Schei”. Di ciò che è stato trovi solo vecchi dagherrotipi. I battellieri che scendono cantando verso Venezia, si fermano a bere un’ombra nelle locande sotto Belluno, controllano l’ora dal campanile della città. L’acqua che andava era tutto. Era il cuore dell’Italia. Non muoveva solo mulini e barconi di mercanzia. Prima di essere dimenticata dalla politica, intubata dall’Enel, imprigionata nelle dighe, prosciugata dai consorzi di bonifica, rettificata dai signori del cemento, inquinata dalle industrie e resa pazza dall’abbandono della montagna, prima che la grande rapina italiana svenasse i fiumi al punto da renderli impercorribili persino alle canoe da turismo, l’acqua era il luogo dell’amore, della pesca, dei giochi dei bambini, della villeggiatura e della bicicletta. Riappropriarsi dei fiumi, riprenderne possesso e controllo, significa riscoprire l’Italia e l’arcipelago federato delle sue diversità. Ridare alle comunità una storia in cui riconoscersi, un simbolo attorno a cui lavorare.
A partire dal Po, il Grande Baricentro, l’Ecumene, il serpente di pianura, lento e sinuoso, perfetto; unico in Europa. Ed è un miracolo che una simile bellezza selvaggia e dimenticata abiti nel mezzo dello spazio più popoloso d’Italia, in fondo al pentolone padano intasato da capannoni, porcilaie, autostrade. Alberto Ròveri, fotografo milanese, lo batte da anni nei giorni liberi. Ne conosce ogni metro. Ha visto le greggi abbeverarsi, i vecchi sorvegliare gorghi e mulinelli durante le piene, i pescatori attendere di notte il gigantesco pesce siluro - una leggenda - là dove il Po si divide tra il ramo maggiore e quello di Goro. E poi Revere e Ostiglia, dove il dio serpente diventa largo come l’Eufrate, e i Gonzaga allevavano i gamberetti d’acqua dolce per i sontuosi banchetti alla corte di Mantova. Il Po è un dio per davvero, c’era del giusto nell’intuizione del Bossi. E poi la corte dei fiumi minori, una polifonia. Specie nel profondo Nordest, dove finisce la Mesopotamia d’Italia e comincia un altro mondo, al bivio tra i grandi spazi danubiani e quelli della Polinesia mediterranea, la costa adriatica d’Oriente. Su quel bivio non trovi solo Gentilini, capannoni e il Cartizze. Ci sono anche luoghi d’eccellenza come il ‟Centro per la civiltà dell’acqua”, retto da Renzo Franzin, un innamorato dei fiumi che ti racconta cose introvabili sui libri. Figurarsi sulle guide turistiche. Il Brenta, per esempio, che fu ‟fiume di pianura per la villeggiatura dei ricchi e allo stesso tempo fiume di montagna per la fatica bestia dei poveri”, il luogo che riassume perfettamente il dualismo del Veneto, diviso tra un patriziato ‟insulso, parassita, codino e oppressore”, e un mondo contadino morto di fame. Sul Brenta dei ricchi viaggiavano le barche coperte con i musicanti, dove si poteva fare all’amore lontano dal parroco. Su quello dei poveri fluitavano i tronchi degli abeti immensi di Asiago, trasportati a valle lungo un sentiero di quattromila gradini, in una valle tetra detta Valstagna.
A Treviso ho visto accoppare e arrostire un maialino sulla riva del Sile, durante un’adunata degli Alpini. Quel fiume pacioso e freddo, ex spazio anarchico di battellieri, briganti e osti, era il simbolo del Veneto, fiume piatto di pianura che resiste, con la sua piccola giungla intorno, anche in mezzo ai capannoni del profondo Nordest.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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